Omelia della Veglia di Pasqua di don Marco Scandelli - News dalla Parrocchia di Borgo Maggiore
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Omelia della Veglia di Pasqua di don Marco Scandelli

Carissimi fratelli e sorelle,

 

nella solennità che avvolge questa notte vorrei cominciare a rivolgermi a voi con una confessione, dicendovi che in questi giorni ho pregato molto. È stato un costante dialogo con il Signore nel quale ho chiesto in particolare che voi, la mia Comunità, i miei amici, possiate innamorarvi di Gesù. Ho pregato per questo ieri, mentre ero disteso per terra all’inizio della Liturgia del Venerdì Santo. L’ho fatto anche nella preghiera notturna della sera prima. L’ho chiesto con forza in ogni celebrazione che abbiamo vissuto insieme o anche semplicemente nei miei personali momenti di intimità con Dio. Il mio più grande desiderio è che ciascuno di voi possa incontrare Gesù, il Risorto, ed innamorarsene, al punto tale da lasciarsi definire dal suo amore.

 

È già il sesto anno che viviamo insieme la Pasqua. A volte, guardandovi, ho la tentazione di pensare, però, che il mio ministero non stia portando alcun frutto. I problemi da affrontare sono tanti, le cose da fare non finiscono mai, le lamentele perché preferireste un Pastore diverso non mancano. Certo, ci sono anche le voci positive, i riscontri di bene. Ma quanta sofferenza provoca in me il sentirmi nei panni del padre che attende il ritorno del figlio, notando un’assenza alla Messa magari dopo che vi era stato un litigio o una incomprensione. Che dolore accorgermi che tanti sono quelli che ruotano attorno alla Parrocchia, ma non tutti hanno scoperto quanto è bella e dolce la Presenza di Dio.

 

La risurrezione di Cristo non è uno spettacolo di magia: egli non è risorto per dimostrare la sua potenza, ma è risorto per poter incontrare ogni uomo, ogni ragazza, ogni bambino e dirgli: “Non avere paura, io ti voglio bene”. Questi pensieri sono rinati in me grazie al dono straordinario che la Chiesa ci ha fatto qualche mese fa con la beatificazione del quindicenne Carlo Acutis: un ragazzo che ha preferito sopra ogni cosa il Paradiso. Questo fatto – non è una teoria o un piano pastorale su come diventar cristiani – mi ha ricordato quanto anche in me e se ci pensi anche in te ci sia il desiderio della santità. Probabilmente sarà sepolto sotto macerie di peccati e dimenticanze, sotto cumuli di male e disillusioni: ma nel fondo del tuo cuore, quel lumicino ancora acceso che arde e flebile sembrerebbe spegnersi da un momento all’altro, è in realtà il desiderio più pazzo ma al tempo stesso più grande che possiamo avere: essere santi!

 

Contro la santità, vi è però un pericolo costante, come dicevo ora, l’esperienza del male, che ci fa smarrire e ci fa credere che tutto sia inutile.

Nella bellissima lettura tratta dal capitolo 14° dell’Esodo, sentiamo che il Signore si rivolge a Mosé dicendo: “Perché gridi verso di me?”. Ciò ci riporta alla mente quante volte specialmente in questo ultimo anno abbiamo “gridato” verso il Signore, implorando un “perché”. Il perché per la morte di un parente o di un amico, come quella della signora Iole Stacchini ieri sera, membro storico ed indimenticabile della nostra Comunità parrocchiale; il perché di una malattia inaspettata che non sappiamo a cosa potrà portare; il perché di un dolore lancinante che non ci abbandona e che nei momenti più inaspettati ci coglie quasi di nascosto riaprendo in noi una ferita antica: la fatica del vivere è diventata talmente forte che per alcuni sembra che l’unica possibilità di uscita sia un intervento miracoloso di Dio. “Perché Dio non rispondi?”. Quando ci sembra di aver provato ogni strada senza ottenere una via d’uscita, istintivamente “gridiamo verso di Lui”. Un grido, però, che rischia di assomigliare più ad un urlo nel bel mezzo della notte. “Perché gridi verso di me?”, dice Dio!

 

Sì, perché la domanda ora ricordata nell’Esodo si trasforma immediatamente nello spronare il popolo – e così idealmente ciascuno di noi – da parte di Dio a non demordere e a fare ciascuno la propria parte: “Tu stendi la mano”, “gli Israeliti entrino nel mare”. Questa è la santità. Capite bene: non l’assenza di peccato, ma l’occupare il posto che Dio ci domanda di occupare. Dice l’Imitazione di Cristo: “Immaginare luoghi diversi ha portato a sbagliare in molti”. E quante volte invece noi vaghiamo da un posto all’altro, da una Chiesa all’altra, da una città all’altra, pensando così di poter trovare la felicità. Si è felici se si è santi e si è santi se si fa ciò che il Signore ci chiede. “Non la mia ma la tua volontà!”. Quelli ricordati ora (stendi la mano – entrino nel mare) sono gli ordini di un Padre ad un popolo stremato dal cammino, come a ricordarci che ognuno di noi ha un compito ben preciso da realizzare e che, sebbene possiamo avere tante ragioni per piangere, e altrettante per piangerci addosso, queste sono spesso un alibi che non solo ci blocca, ma ipoteticamente potrebbe permettere agli egiziani – fuor di metafora al male – di raggiungerci e di travolgerci. Capiamo lo stupore di Dio che ci chiede: “Perché gridi ancora verso di me?”. Anche perché abbiamo visto una testimonianza disarmante nella abnegazione con cui tanti medici, paramedici e volontari hanno vissuto questi mesi della pandemia, fino ad arrivare, alcuni, a donare financo la vita per gli altri.

 

Il modo più intelligente, cioè più vero e corrispondente, con cui possiamo stare di fronte al male, dunque, non può essere il malessere, il disimpegno, la lamentazione o la paura: è l’operosa intraprendenza delle donne che abbiamo ammirato nel Vangelo che, pur non sapendo come “srotolare” quella grossa pietra, si misero in cammino per andare al sepolcro. Esse non si fermarono a calcolare i pro e i contro delle loro azioni, non fecero alcun piano pastorale o riunioni organizzative, agirono mosse soltanto dall’amore.

 

Cari amici, che scacco a tutti quei nostri tentativi maldestri di testimoniare il Signore con dogmatismi o con metodologie imparate su libri o fascicoli. Se Cristo è risorto ed è vivo in mezzo a noi, l’unica cosa che ci è chiesta è di accorgercene e di innamorarcene. Solo così si spiega l’esperienza di Abramo che di fronte al desiderio d’avere una grande discendenza, gli viene contrapposta la richiesta del sacrificio del figlio: “Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami… e offrilo in olocausto”. Abramo ascolta il Signore perché è solo sacrificando l’immagine che abbiamo della nostra felicità che noi possiamo davvero raggiungerla. Sembra un paradosso ma è così: lasciare per avere, morire per vivere, sacrificare per guadagnare. È la logica di un Dio che ha fatto della sua immagine più caratteristica l’umiltà e non la potenza.

 

Chiediamoci, dunque, questa sera come stiamo orientando il nostro cuore: cosa è importante per noi? Il nostro piccolo interesse? La nostra vanagloria? Oppure vogliamo provare a dar spazio e voce a quel lumicino che è la santità e che se lo lasciamo operare può diventare una vampa tale da riempire di luce l’intera nostra Comunità? Solo così la luce del cero pasquale avrà senso e non sarà solo un simbolo: diventerà realtà come è reale che Cristo ora è qui in mezzo a noi. Ancora non ve ne siete accorti?

 

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