Il lavoro al tempo del Covid - News dalla Parrocchia di Borgo Maggiore
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Il lavoro al tempo del Covid

Il lavoro al tempo del Covid

Intervento presso una Azienda

di don Marco Scandelli

 

che cos’è l’uomo?

L’8 marzo del 2020 ero appena salito sulla macchina che mi avrebbe portato all’aeroporto, quando, con un messaggio, vengo avvisato che il mio volo per New York era stato cancellato. Sarei dovuto andare a predicare un Corso di Esercizi spirituali. Sebbene la situazione fosse critica già da qualche settimana, nessuno poteva immaginare che dal giorno successivo una dopo l’altra le grandi potenze, così come i piccoli Stati, avrebbero cominciato a chiudere i propri confini: lockdown. Come tutti, sono stato costretto ad un repentino cambio di programma, rimanendo a San Marino. L’incredibilità della Pandemia, associata ad immagini che rimarranno impresse nelle memorie per lungo tempo – ricorderete tutti la lunga fila di Camion a Bergamo – ha portato ciascuno di noi ad interrogarci sul senso vero della vita, perché costretti a stare di fronte al problema del male e della morte.

Necessariamente, ad un certo punto anche le Chiese han cominciato a chiudere: niente celebrazioni, niente catechesi, niente funerali, niente conforto ai malati. È sorta in me la necessità di poter essere “utile”, in qualche modo, soprattutto nei confronti di quelle persone in cui la domanda sul significato di ciò che stava accadendo stava diventando come un cappio al collo. Ne è nata, fin dal 9 di marzo, un’iniziativa YouTube che si chiama #2minutiDiVangelo, con la quale ormai da mesi entro quotidianamente negli smartphone o nei PC di quasi tremila persone, semplicemente leggendo la Parola di Dio e proponendo un mio commento. Pensate che prima le mie omelie giornaliere erano ascoltate soltanto da due suore, un diacono e un paio di donne: un bell’incremento! Ma ne è nata anche una collaborazione con l’ospedale di San Marino che il giorno di Pasqua ha visto coinvolti tre medici ai quali ho consegnato delle Ostie – dal momento che a me era precluso l’ingresso – affinché le portassero a tutti i malati che si trovavano in isolamento. L’emozione dei medici. La gratitudine dei pazienti. La letizia per aver dato un segno di speranza. Nel frattempo, ho visto sorgere intorno a me altrettante iniziative inimmaginabili prima di allora: il lavoro online con un nutrito gruppo di avvocati e professionisti della Repubblica nel tentativo di dare un giudizio più profondo su ciò che accade; ancora, l’iniziativa estiva di alcuni genitori e ragazzi della Parrocchia per aiutare le famiglie in difficoltà a gestire i figli; o, infine, la solidarietà che ha portato migliaia di sammarinesi a contribuire alla sottoscrizione della Caritas fino a raccogliere, tra denaro e prodotti, un totale di circa 100.000 euro in pochi mesi. Tutto questo mi ha fatto comprendere come l’uomo – sebbene sia polvere e faccia esperienza continua del male – non smetta mai di sognare, di provarci, anche quanto tutto sembra franare.

L’uomo, del resto, è, per così dire, l’unico punto della realtà in cui le cose si mostrano nella loro paradossalità: possono essere un bene, ma anche un male. Quello che – usando un linguaggio giovanile – potrei descrivere come l’alternativa tra il ritenere la realtà una “sfiga” o il leggerla come una “sfida”: cambia una consonante, ma a cambiare completamente è il paradigma di riferimento. E ricordiamoci sempre che le difficoltà e la paura hanno soltanto la forza che noi permettiamo ad esse di avere: quanto più le alimentiamo, tanto più diverranno forti e ci determineranno.

 

il lavoro come il “bene agire” dell’uomo

Nella tradizione cristiana, vi sono almeno due testi che possono aiutarci a comprendere meglio quanto sto cercando di proporvi.

Nel libro della Genesi, dopo aver parlato della creazione dell’uomo, l’incognito autore ci comunica che il VII giorno il Signore si riposò, dando, nel contempo, a noi il compito di continuare a “coltivare” la terra. Dio si ritrae e chiede all’uomo di portare avanti il suo progetto. La risposta che ne nasce è il senso di responsabilità (cioè “rispondere”) che ciascun essere umano percepisce nella propria coscienza quando si impatta con una determinata realtà: tutti noi dobbiamo “coltivare” quell’appezzamento di terra che ci è stato affidato e che ha la fisionomia concreta del nostro lavoro. Visto in quest’ottica, per altro, il nostro impiego non è un debitum che dobbiamo pagare per ottenere qualcosa: il vero “soldo” con cui l’uomo si sente ripagato non ha il volto di una moneta in corso di conio. L’uomo – se non vuole essere alienato – non può pensare di limitarsi a lavorare per i soldi. Quelli sono ovviamente parte del processo lavorativo, ma il fine per cui uno agisce si trasforma sempre nel proprio dominus, nel nostro padrone: pertanto se uno lavora in funzione dello stipendio, diventerà schiavo del denaro. Ciò che più risponde alla logica del lavoro contenuta in Genesi è invece il riconoscere che il proprio contributo è tale solo se costruttivo e realmente “utile”. Non a caso “guadagno” è sinonimo di “utile”; e non a caso una delle parole che più descrivono la capacità positiva di lavorare è la parola “talento”. Sentirsi utile ad una causa è il motore che spinge ad impegnare con verità il proprio talento, mantenendo la propria libertà; e mentre il processo di produzione ha inizio, il vero guadagno è ciò che in termini personali chiamiamo “soddisfazione”. Il talento è utile – appare lapalissiano – quando è messo a frutto; e metterlo a frutto significa condividere il risultato del nostro lavoro con il resto dell’umanità. Ciò che tu fai quando sei seduto alla tua scrivania è permettere, così, all’atto creativo di Dio di continuare ad avvenire: il fine del lavoro è migliorare il mondo in cui viviamo, inverandolo.

Ricorderete certamente tutti la famosa “Parabola dei talenti”. Un uomo consegna ai propri servi delle monete, a seconda delle capacità di ciascuno. Di due di essi si dice che li impiegarono, guadagnandone il doppio rispetto alla somma iniziale. Di un terzo, invece, si dice che prese l’unico talento affidatogli e lo nascose in una buca fatta nel terreno per riconsegnarlo al padrone quando gliene fosse stata richiesta la rendita. È interessante notare che in nessun caso il possidente diede mandato di “investire” i propri beni. Tant’è che all’ultimo servo, che si lamenta proprio perché redarguito pur avendo eseguito gli ordini “alla lettera”, viene rinfacciato di non aver avuto spirito d’iniziativa. Notiamo che i primi due non potevano essere sicuri di ottenere un aumento del capitale iniziale; ma il padrone ne loda comunque l’intraprendenza, che è mancata, invece, totalmente al terzo. Ad ognuno, dice l’evangelista Matteo, era stata consegnata una quantità di talenti tale da poter essere gestita facilmente: “secondo le capacità di ciascuno”, dice il testo. Come a dire che nello spirito imprenditoriale del capo, egli aveva previsto che qualora i servi avessero investito il suo denaro, per nessuna ragione l’avrebbero potuto perdere. Al primo vengono consegnati cinque talenti e, infatti, ne riporta dieci: il risultato preventivato nei calcoli del padrone. Nello spirito della Parabola non vi è margine per una previsione di perdita. Non vi era alcun rischio nel mettere a frutto i talenti, perché il padrone sapeva che ad ognuno era stato chiesto qualcosa che era in grado di portare a termine senza pericolo. Eppure, il terzo servo agisce in modo “malvagio” e “pigro”. Malvagio perché irresponsabile. Pigro perché infruttuoso. Lo spirito d’iniziativa è ciò che ripaga anche con una gratificazione economica coloro che lo assumono come modello d’azione, tant’è che se nel Vangelo di Matteo si parla genericamente di prendere “parte alla gioia del padrone”, nella Parabola corrispondete del Vangelo di Luca si parla invece di dominio su “città” che vengono donate ai servi “buoni e fedeli” perché le amministrino, nella quantità corrispondente alle monete che sono state riconsegnate: dieci monete, dieci città.

 

prendere posizione nell’eterna lotta fra il bene e il male

Permettetemi di riportarvi un esempio banale di cui sono stato protagonista nei giorni scorsi e che incarna perfettamente il discorso sulla soddisfazione come vero e principalemnte ricercato guadagno. Poco prima di Natale una delle luci principali della mia Chiesa si è fulminata. Trattandosi di una luce difficilmente raggiungibile e posta in un punto molto pericoloso (a circa 15 metri d’altezza) mentre m’interrogavo su come risolvere la questione – perché non volevo chiederlo al factotum che normalmente si occupa di queste cose, ma che nel frattempo ha raggiunto anche una “certa” età – passavano i giorni e la lampadina fulminata rimaneva al proprio posto. Tanto che ormai la questione mi era addirittura passata di mente. Se non fosse che la notte di Natale nel momento in cui si sono accese le luci, mi sono accorto che la lampadina era stata cambiata. Qualcuno se ne era accorto e aveva preso l’iniziativa di comprare la nuova lampadina e di salire a quell’altezza per cambiarla. Dunque, mettendoci dei soldi propri e rischiando la propria vita – non so se avete presente la complessità architettonica della Parrocchia di Borgo Maggiore – quella persona aveva reso la Chiesa più bella: ha continuato, cambiando una lampadina, la creazione di Dio. Accortomi di questo, ho voluto lodare questa persona in un’omelia, pur non sapendo chi fosse; e – sebbene abbia i miei sospetti – ancora oggi non so chi realmente si sia arrampicato 15 metri sopra il vuoto. Secondo voi, quale guadagno avrà avuto tale persona? Ha perso dei soldi, ha rischiato la vita. Qual è il vero guadagno che ha ricevuto? Il mio ringraziamento e la mia lode? Non credo sia questo – per quanto possa essere una gratificazione. Credo piuttosto che il vero guadagno ottenuto da questa persona sia stato quello di essersi sentita veramente utile a seguito dell’appello, della domanda, che aveva sentito nascere dentro di sé accorgendosi che bisognava fare qualcosa.

La Pandemia – per quanto complichi non poco la nostra quotidianità – ha messo in luce, dunque, una verità che dovremmo continuamente ricordare alla nostra mente se non vogliamo essere schiacciati dalla realtà: ogni uomo è chiamato a dare il proprio contributo secondo le proprie capacità. Un avvocato, difendendo i propri clienti. Un sacerdote, accogliendo chi è nel bisogno. Una madre, amando il proprio figlio. Un malato, permettendo ai medici di curarlo. Uno sportivo, impegnandosi nella propria disciplina. Ciascuno di noi può rendere il Creato un luogo migliore, ma il miglior guadagno che si può ottenere è quello che Dio stesso ha raggiunto creandoci: non un ricavo materiale, ma la soddisfazione di poter dire, guardando al frutto della propria fatica e come si legge nel testo genesiaco, che la realtà è sempre “cosa buona”. Sant’Agostino diceva che il male può essere definito come la “assenza di bene”. Io posso dirvi, in base a tutto quello che ho sperimentato anche ultimamente, che il male certamente esiste – perché è qualcosa di tangibile – ma che il bene è altrettanto concreto e presente. Sta a noi decidere se diventare schiavi dell’uno o lasciarci ispirare dall’altro.

 

In questa lotta tra il bene e il male, tra l’ordine e il kaos, di cui ogni istante è campo di battaglia, la Chiesa ritiene che nobilitando il proprio lavoro ci si schieri dalla parte della verità. Non perché si debba vivere in modo alienato: è proprio il contrario. Uno agisce con libertà rispetto all’esito. Ma agisce. Senza paura. E agendo, incontra intorno a sé non dei concorrenti da sbaragliare, ma dei compagni – e qualche volta degli amici – con i quali condividere i propri traguardi e gioire per le altrui vittorie. Quegli uomini che Papa Giovanni XXIII definì “di buona volontà” e ai quali la Bibbia promette di poter vivere nella pace. Perché, in fondo, il vero guadagno, cioè la vera soddisfazione dell’uomo, è quella di vivere con il cuore indiviso e pacificato, con il cuore lieto. Io auguro a ciascuno di voi di poter vivere così ogni giorno o almeno di non smettere mai di desiderare di poter raggiungere questa pace.

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