Il Natale: è il giorno in cui ci è chiesto di diventare restauratori, non smaltitori di cocci. - News dalla Parrocchia di Borgo Maggiore
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Il Natale: è il giorno in cui ci è chiesto di diventare restauratori, non smaltitori di cocci.

Il Natale: è il giorno in cui ci è chiesto di diventare restauratori, non smaltitori di cocci.

Omelia della Notte di Natale

di don Marco Scandelli

 

Cari amici,

l’esperienza dolorosa di questi ultimi mesi – ma non pensate solo al Covid! Pensate a tutti gli eventi che vi hanno procurato dolore: come una morte, la fine di un’amicizia, il male ricevuto – ecco, tutto questo ha messo in luce la paradossalità dell’uomo e della donna. Da una parte, infatti, sappiamo costruire macchine sempre più potenti e studiare i dinamismi del cosmo, siamo in grado di prevedere diversi eventi naturali e anche di comporre poesie che fanno vibrare le corde dei nostri sentimenti, siamo esseri in grado di amare e di gioire; ma dall’altra, è sempre più evidente quanto siamo fragili, al punto tale che un’entità biologica, talmente piccola da non vedersi ad occhio nudo, è in grado di costringere le più grandi nazioni della terra al lockdown e di bloccare tutti i progetti che avevamo in mente di realizzare in questo 2020. Risuona potente nel nostro cuore la domanda contenuta del salmo 8: “Che cosa è l’uomo?”.

 

Già: sappiamo rispondere ad ogni domanda, ma non a quelle più importanti, quelle che ci riguardano più da vicino. “Io e te, chi siamo? Cosa siamo? In questo universo sconfinato, qual è il nostro ruolo?”. E poi: “esiste per caso in noi un nucleo, uno scrigno prezioso da custodire ad ogni costo? Che cosa è più importante: la salute? La vita? L’essere persone sincere e vere? E la fragilità, il dolore, la morte: come possiamo considerarli, come li inquadriamo dentro una vita che il mondo ci dice esser degna di essere vissuta soltanto se perfetta?”. Pensate a tutte le volte in cui abbiamo giudicato una vita fragile in modo negativo. Piero Angela, compiendo 92 anni, proprio l’altro giorno diceva: “quando ero giovane pensavo che un 92enne fosse un relitto umano”. Ecco: i nostri modelli sono sempre e solo i forti, i vincitori, gli eroi. Esaltiamo chi ce la fa. Commiseriamo ed isoliamo i perdenti.

 

La tentazione del serpente antico, che da secoli continua a sibilare nell’orecchio dell’uomo e della donna, si sta concretizzando oggi nell’illusione che il male sia solo una parentesi passeggera della vita che, una volta finita, ci permetterà “finalmente” di tornare alle nostre abitudini, ad una vita considerata “vera”, come se quella di questi mesi non lo fosse. Sempre di più si ascoltano frasi del tipo: “torneremo a vivere come vivevamo prima”; mentre alla televisione cerchiamo solo e soltanto film che abbiano un lieto fine. Per non parlare dei messaggi che esponiamo sui nostri balconi: “andrà tutto bene”.

Ma nella realtà, non è andata bene per i 56 amici e parenti sammarinesi morti a causa della Pandemia fino ad oggi, non sta andando bene per le 102 famiglie che si rivolgono mensilmente alla Caritas per un aiuto, circa 300 persone che per vari motivi non riuscirebbero nemmeno a sfamarsi, se non si fosse messa in moto la grande macchina della solidarietà tipica della nostra piccola ma generosa comunità nazionale. Per non parlare delle ricadute psicologiche che il protrarsi di questa situazione di incertezza sta generando soprattutto nelle persone più sole, come gli anziani, o più vulnerabili, come i bambini. Quando la pandemia sarà finita, il male continuerà ad esserci.

 

La tentazione del male è sempre la stessa: quella di farci credere che il male in realtà non esista o che si debba vivere come se non ci fosse. Oggi, per esempio, tutti siamo in attesa del vaccino, pensando che sia la soluzione definitiva del problema. Ma è soltanto una illusione: il vaccino ci renderà immuni ad “una forma” del male, ma non toglierà il male dal mondo e soprattutto non lo eliminerà dal nostro cuore. Di fronte alla domanda del salmista, dovremmo rassegnarci a rispondere che l’uomo è costitutivamente un essere fragile. L’uomo è bisogno.

 

Sì, perché non è solo il Covid a metterci in ginocchio, ma è soprattutto la constatazione del male che facciamo, magari proprio alle persone cui vogliamo più bene o il modo in cui ci trattiamo normalmente, per cui ci muoviamo sempre pensando di essere noi ad “avere diritti” o siamo sempre noi ad essere al centro dell’universo. Pensate a quanti rapporti finiscono soltanto perché si pensa solo a se stessi, si pretende tutto dagli altri e non ci si mette mai nei loro panni! L’origine del male è la nostra superbia, la superbia adamitica, la cui principale conseguenza è la dissoluzione di ogni rapporto.

 

Ma qui accade il miracolo! Nell’oscurità in cui il nostro popolo sta camminando, ci dice la profezia di Isaia, è apparsa una grande luce. Nell’orizzonte della solitudine cui la nostra superbia ci sta rinchiudendo, in questa notte accade l’impensabile: il cielo e la terra vengono uniti da un ponte, Dio si fa compagnia all’uomo, la solitudine è spezzata! Colui che avrebbe avuto ogni diritto da opporre al fatto di incarnarsi – perché era Dio, perché l’avremmo messo a morte, perché in fondo siamo noi uomini a farci del male da soli – non solo non disdegna di assumere la nostra natura, ma con essa prende anche ogni nostra fragilità. Gesù ci insegna una via nuova, l’unica via veramente capace di renderci felici: quella dell’umiltà.

 

In questa notte, non dobbiamo aver timore, come Gesù, di riconoscerci fragili, bisognosi, mendicanti. Riproponiamoci di vivere con vera umiltà ogni decisione che prendiamo. Non facciamo nulla per ripicca o per “partito preso”. Consideriamoci sempre inferiori agli altri, impariamo a metterci in discussione… a non avere certezze granitiche, se non quella che il Dio-bambino ci propone con la sua incarnazione: vi è più gioia nel dare che nel ricevere. Non passi il giorno di Natale senza che ciascuno di noi abbia almeno provato a tendere la mano verso qualcuno che sentiamo distante o nemico. Liberi dall’esito, cioè non incartati o tristi se l’altro non accetterà, memori che Gesù facendo la stessa cosa è finito in croce. Gesù si è fatto come noi per farci come lui: si è fatto umile perché noi accogliessimo con sguardo positivo la nostra fragilità. E come dice Rodari: “se ci diamo la mano i miracoli si fanno e il giorno di Natale durerà tutto l’anno”.

 

In fondo, il Natale ci chiede di imparare a tornare bambini, fragili, impotenti, totalmente dipendenti da un altro. Il Natale è il momento in cui dobbiamo imparare la pratica cinese del kintsugi, che letteralmente vuol dire: “riparare con l’oro”. Quando un vaso si rompe, siccome ogni vaso cinese ha un valore immenso, invece che buttarlo, lo si ripara saldando insieme i cocci con una lega dorata, così da renderlo ancora più prezioso. Proviamo oggi anche noi a fare questo passo, a provare a ricucire vecchie ferite con il metallo più prezioso che ci sia, cioè con l’amore. In tal modo scopriremo che dall’imperfezione, dal male, da una ferita, può nascere sempre una forma ancora più bella di perfezione. Il tempo della pandemia, per questo, non è tempo perso, non è una parentesi negativa della nostra esistenza, ma è il tempo in cui possiamo accorgerci finalmente di che cosa è importante, perché ci è chiesto di vivere solo l’essenziale.

 

Buon Natale a tutti. E siate sempre ricostruttori di vasi, mai smaltitori di cocci.

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