Lui è qui. Lui è presente. Lui è risorto! - News dalla Parrocchia di Borgo Maggiore
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Lui è qui. Lui è presente. Lui è risorto!

Carissimi amici,

è con molta commozione e con un certo senso di imbarazzo che questa sera mi rivolgo a ciascuno di voi che da casa state seguendo i riti della Veglia pasquale. Commozione perché non mi è dato potervi stringere tra le braccia e guardandovi negli occhi infondere la speranza che in tanti state perdendo. Imbarazzo perché vorrei potervi dire che “andrà tutto bene”, che con una bacchetta magica tutto domattina sarà sistemato: ma sappiamo che non è così. Credo che tutti abbiamo ormai capito che Dio non interviene a comando per cancellare i problemi, interrompendo così le leggi della natura o bloccando la mano dell’uomo prima che egli possa compiere il male.

 

Se sono qui, questa sera, a celebrare il Mistero della Resurrezione di Gesù è perché, però, nonostante anche io tante volte sia scappato di fronte al bene, abbia tradito Gesù lasciandolo da solo, nonostante io più volte mi sia allontanato da Cristo, perché preso dalla disillusione che Lui non potesse davvero cambiarmi, questa sera sono qui carico della memoria delle meravigliose opere che Egli ha compiuto nella mia vita, per dirvi che “Lui è qui!”, “Lui è presente”, “Lui è risorto”.

Sì, questa sera, come Pietro, anche io – dopo l’iniziale smarrimento – voglio confermare tutti voi, fratelli miei, sul fatto che Cristo è risorto, che Gesù ha finalmente posto un limite al male! E che – sebbene viviamo in un tempo di pandemia – si può vivere per davvero. Ora. Non semplicemente “quando tutto sarà finito”.

 

L’abbiamo ascoltato nella prima lettura: questa continua lotta di Dio per contenere il caos. Dapprima deve porre una separazione tra le acque, poi deve porre un limite tra cielo e terra. Fino, via via, a porre una linea di confine tra la semplice natura e l’uomo, in cui ha soffiato il suo spirito. Tutta l’azione di Dio è finalizzata – sembra incredibile, ma è così – alla creazione dell’uomo come essere libero. Il culmine della creazione non è l’uomo, ma la sua libertà. In tal senso, il giorno settimo della creazione – giorno del riposo di Dio – coincide dunque con la creazione della libertà. È nel riposo di Dio che la libertà dell’uomo viene creata, perché è nel suo nascondimento, nel suo silenzio, nel suo essere presente in modo velato, che l’uomo è chiamato ad una risposta totalmente libera di fronte al tema di Dio. Dio non riposa perché ne ha bisogno: Dio riposa perché è la libertà dell’uomo ad averne necessità.

 

Le letture di questa Notte santa sono certamente propedeutiche a far sì che noi comprendiamo meglio il mistero della nostra liberazione – dal male, dal peccato, dalla morte – e dunque della nostra libertà, ma sono anche letture che, dal momento che sono Parola di Dio, accadono. Ora.

 

Per poter essere davvero liberi abbiamo dunque bisogno di vivere con Abramo il dramma della scelta: sacrificare il proprio figlio o avere una discendenza? Questo implica per ciascuno di noi la necessità di comprendere che se vogliamo davvero essere felici dobbiamo imparare a sacrificare tutte quelle immagini della felicità che noi ci costruiamo ma che in realtà ci rendono schiavi. La vera libertà, cari amici, non consiste nel fare ciò che si vuole (anche in questi giorni ce ne rendiamo conto in modo potente: se uno facesse ciò che vuole, metterebbe a rischio la vita propria e degli altri), ma nell’obbedire alla nostra natura. E la nostra natura è quella di essere felici. La nostra natura è quella di non vivere mai la disillusione. La felicità non è pensiero giovanile. Essa accade. Essa in questa notte può accadere anche per me e per te. Anche se chiusi in casa. Anche uno schiavo, questa notte può liberarsi pur trovando ancora in catene.

 

Pensare che la felicità sia un pensiero giovanile, la disillusione, cari amici, crea in noi il disimpegno della vita. Essa, come un diamante, ha tre volti terribili che sono: uno sguardo scettico sul futuro (non sarà più bello come prima), la paura nel presente (pensiamo a come ci guardiamo con sospetto quando ci incontriamo per strada, nella paura di contagiarci), e il rimorso per il passato (avrei dovuto fare prima certe cose).

La disillusione non è amica della nostra libertà: essa ci porta, dicevo, a disimpegnarci con il nostro io e nel tempo ci porta a creare un avatar, cioè una immagine irrealistica di noi stessi che – nelle forme attuali – si manifesta anche nel pensare che alla fine è meglio vivere dietro uno schermo e con una connessione internet.

La disillusione non ci fa vivere la realtà, il presente: siamo qui tutti ad aspettare che arrivi il “tana libera tutti” del governo per poter tornare a quella che definiamo una “vita normale” e così ci dimentichiamo che la vera “vita normale” è adesso!

Chi potrà liberarci nel presente? Chi potrà donarci quello sguardo nuovo che ci faccia accogliere i semi di bene che Dio ha già messo nel terreno della nostra vita e che, se non li vediamo, è soltanto perché essi stanno crescendo sotto terra? Chi potrà togliere quella grossa pietra che è stata messa a chiusura del nostro sepolcro e che ci fa sopravvivere invece che vivere alla grande il qui ed ora?

 

Se non è possibile dire che “tutto andrà bene”, possiamo però dire che “tutto concorre al bene”, perché Dio – come hanno fatto esperienza gli ebrei fuggendo dall’Egitto – ci accompagna con segni ambivalenti… ma ci accompagna. Per gli Egiziani, la colonna di fuoco era fulmini e tempesta, l’apertura del Mar rosso morte certa. Ma per gli ebrei, quella stessa colonna era fonte di luce e protezione e le mura di acqua createsi al loro passaggio, fortezza e recinzione. Quante colonne di fuoco, quante acque da attraversare abbiamo quotidianamente anche noi. Una mia cara amica ha una malattia che le provoca molto dolore. Per questo mensilmente deve prendere una medicina molto costosa. All’inizio di maggio, il padre di lei le chiese la ricetta medica per andare in farmacia. Un po’ scocciata per l’insistenza e la premura che i genitori hanno sempre con i propri figli, alla fine gliel’ha data. Di lì a poco la dolorosa scoperta. Il padre è positivo al corona virus. Il ricovero. L’intubazione. Le speranze perdute. Ma accade che si viene a sapere che proprio quella medicina poteva essere un aiuto potente contro la malattia. La figlia corre in ospedale a consegnare le fiale che aveva. Il padre comincia a riprendersi. Proprio ieri è stato stubato. Preghiamo per lui. Certamente. Ma, mi chiedo, come si sentirà questa ragazza ora, sapendo che – scusate la brutalità di questa constatazione – proprio grazie alla sua malattia il padre ha potuto avere quella medicina in tempi rapidi e utili affinché il peggio potesse essere scongiurato? La malattia. Colonna di luce o colonna di fulmini e tempesta?

 

O, ancora, l’esperienza narrata in Ezechiele: la libertà che per poter diventare grande e solida ha bisogno di accettare la propria condizione di fragilità. Quanti progetti avevamo? Quante cose necessarie e non procrastinabili pensavamo di dover realizzare. Poi la realtà ci ha sbattuto in faccia una pandemia e ora i nostri parametri stanno cambiando. Chi mi racconta che vive di più la famiglia (la famiglia non dovrebbe essere la nostra prima vocazione?). Chi mi dice che con quei due minuti di vangelo che invio ogni giorno la Parola di Dio è diventata familiare, necessaria, come l’aria che respiriamo. Vi racconto: conosco una donna che era molto pettegola e metteva sempre zizzania fra le persone. Finché lei stessa non è stata presa di mira. In modo terribile, molto pesante. Al punto che, vergognandosi, non si è più fatta vedere in giro per un bel po’. Poi un giorno è venuta a parlarmi, dicendo che aveva capito il suo male, il suo errore. Lei mi diceva che inizialmente si sentiva castigata da Dio. Poi aggiunse: ora invece ho capito. Lui mi ha schiaffeggiato perché doveva operarmi: mi ha aperto il costato. E al posto del mio vecchio cuore di pietra mi ha messo un cuore di carne. Vivo. Non ho più rimorso per il mio passato. Non ho più paura per il mio presente. Non sono più scettica sul mio futuro.

 

Carissimi, in realtà, la creazione non si è bloccata al VII giorno. Con questa notte noi stiamo entrando finalmente nell’VIII giorno: è il giorno dopo la nostra morte. L’uomo vecchio lo dobbiamo lasciare fuori da noi e questa notte prendiamo la decisione di accogliere l’uomo nuovo che Cristo ci dona. Non perché “dobbiamo fare qualcosa” o perché “tutto andrà bene”: è un cambiamento di sguardo. Uno sguardo che non dimentica le meraviglie che Dio ha fatto per noi nel passato e dunque comprende che ciò che ci sta accadendo concorre al nostro bene anche oggi. Uno sguardo che si stupisce. Uno sguardo che è rapito dal presentimento del vero che accade attraverso un incontro decisivo nella vita. Da alcuni mesi ho cominciato una sincera e leale amicizia con una persona che si dice “agnostica”. Mi piace molto conversare con lei. Alcuni giorni fa, questa persona è incappata in un mio video in cui raccontavo che cosa sia il Triduo Santo. Dopo averlo visionato mi ha scritto dicendo che era rimasta colpita da quello che avevo fatto, al punto tale che l’avrebbe girato ad un suo amico – definito come un “mangia-preti” – perché desiderava che io potessi incontrare anche lui. Un agnostico che diventa missionario con un “mangia preti”. Se non è questa la risurrezione!

 

Questa, invece, è proprio la risurrezione: come abbiamo sentito dalle parole dell’angelo questa sera nel vangelo: la risurrezione significa che ci diventa impossibile trovare il crocifisso. È impossibile perché Cristo non è più il crocifisso, ma è altro: è il risorto. E io – pur immerso nel mio peccato e nel mio limite – questa sera non posso non ripetere ciò che i miei occhi in tutti questi anni hanno visto e le mie orecchie hanno sentito: Cristo è veramente risorto. Lui è qui. È presente. Ed è presente anche attraverso di me che ti parlo ora. E questa cosa è talmente vera che se qualcuno la mettesse in dubbio, dovrei rispondere: “Che Cristo è risorto è certo tanto quanto tu mi sei dinanzi. Perché se non credo più a Lui non potrei più credere nemmeno ai miei occhi”.

Solenne Veglia di Pasqua 2020

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