“Posso abbracciarti?” - News dalla Parrocchia di Borgo Maggiore
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“Posso abbracciarti?”

Omelia del Natale 2019

“Posso abbracciarti?”

di don Marco Scandelli

 

Carissimi amici!

 

Vorrei che ciascuno di noi si fermasse per un istante di silenzio.

Provate a sgombrare la mente da tutti i pensieri. Cercate di fare un po’ di spazio a quello che vi sto per dire. Vi prego di ascoltare attentamente ciò che sto per annunciarvi: “Il tuo cuore, il desiderio di compimento che alberga in te, può trovare soddisfazione. Nulla in te è sbagliato. E tutto ciò che desideri ha una risposta positiva”.

 

Badate bene: in un tempo in cui il mondo ci propone di accontentarci, di non “disturbare”, di essere politicamente corretti, in un mondo in cui chi domanda è scomodo, chi soffre è da ghettizzare, chi ha paura è da intrattenere con passatempi e distrazioni, il grande annuncio di questa sera è che possiamo riprendere fiato e dirci con sincerità che: “Sì! Io posso davvero essere felice”.

Ma lo capite? Capite la portata di questo fatto?

 

Il punto su cui riflettere, perciò, credo sia questo: qual è il nostro più grande desiderio? Cosa è veramente desiderabile?

 

Gli eventi della nascita di Gesù ci offrono la possibilità di focalizzare il nostro sguardo su alcuni uomini e donne. Penso in particolare ad Elisabetta o ai pastori.

Ditemi voi se non è desiderabile ciò che ha vissuto Elisabetta, la cugina di Maria, il cui figlio ha sussultato nel grembo incontrando la Madre di Dio! Chi non desidera poter essere sorpreso da qualcosa che lo faccia letteralmente sobbalzare dalla sedia!? Ditemi voi se non è desiderabile poter essere svegliati nel cuore della notte come i pastori, nel cuore cioè del nostro dramma quotidiano, delle nostre fatiche, del nostro dolore, quando tutto sembra ormai una condanna, per sentirci dire: “Amico, non piangere, perché una risposta al male che stai vivendo c’è: c’è già! È già qui! Accoglila!”.

 

Ma cosa è avvenuto in questa notte? E soprattutto: cosa può avvenire anche oggi?

 

In questo anno passato una coppia di amici della nostra comunità ha affrontato una gravidanza, desiderata da molto tempo, ma che fin dall’inizio ha dimostrato di non essere facile. Dopo i primi controlli, infatti, il medico che li seguiva è stato lapidario: “Sindrome di down… è possibile l’aborto”. In quell’istante è come se sulle spalle di questi amici si sia depositato tutto il dolore, tutto il male, tutta la fatica che sono in questo mondo. Sembrava un sogno distrutto.

Vi prego: provate ad immedesimarvi per un attimo con questa coppia. Portando avanti la gravidanza, i problemi più che diminuire aumentavano… la fatica determinava il loro umore. Finché un giorno è accaduto qualcosa di inimmaginabile: hanno incontrato un medico. Vi chiederete: “Che cosa c’è di straordinario nell’incontrare un medico?”. Pensate che questo medico non ha cambiato la diagnosi, non ha addolcito la pillola amara della grave situazione di questa nostra sorellina, Beatrice. Non ha fatto un miracolo. Ma che cosa ha fatto di così straordinario? Si è fatto “compagnia” a questi genitori. Nessun medico fino a quel momento l’aveva fatto. Questo medico, era una donna, si è fatto accanto a loro. Ha regalato loro un libro. Ha introdotto questi genitori dentro rapporti nuovi ed impensabili. Questo medico – ascoltate bene – è stato lo strumento perché Dio stesso incontrasse questi genitori. Questo fatto è stato talmente concreto che ha cambiato i connotati del loro volto. Prima profondamente tristi e rassegnati, dopo quell’incontro sembravano due persone completamente diverse.

Ma sentite ancora la straordinarietà di questo fatto. Dopo, infatti, cosa è successo? Ad un’altra coppia, a loro sconosciuta, viene comunicata la stessa notizia. Questi nuovi genitori, stravolti da ciò che non avrebbero mai voluto sentirsi dire, chiedono di incontrare i nostri amici e i nostri amici diventano a loro volta la forma dell’incontro del Mistero con i nuovi genitori.

Amici! Questo è Dio che si fa carne. Ma capite la straordinarietà del cristianesimo? Ma noi, io e te, viviamo questo? Apparteniamo a questo? O siamo nella Chiesa solo per passare il tempo come fossimo in un club di preghiera? Tutto questo è straordinario! Significa che la nostra vita è determinata dall’incontro cui apparteniamo.

Questi amici hanno toccato la carne di Dio attraverso un medico. E loro stessi sono diventati la carne di Dio per un’altra coppia. E noi, dopo duemila anni, ci scandalizziamo ancora del fatto che Dio si sia fatto “carne”. Questo è il metodo scelto da Dio per comunicarsi a noi abbracciandoci.

 

Pensate, ancora, a questa esperienza che ho vissuto personalmente l’altro giorno. Domenica pomeriggio ho partecipato ad un presepe vivente in Cattedrale a Rimini. Alla fine della rappresentazione, il Vescovo si è avvicinato alla mangiatoia, ha preso il bambino, in carne ed ossa, un bambino vero, lo ha alzato e facendo con quel bimbo tra le braccia un segno di Croce ha benedetto tutti i presenti. In quel momento, mi sono sentito trafiggere il cuore, perché il moralismo che è anche in me mi ha fatto dire: “Ma come? Da la benedizione con un bambino in carne ed ossa?”. Sono sorte in me domande assurde: “Ma chissà chi sarà quel bambino? Magari i suoi genitori sono dei delinquenti… lui stesso un giorno potrebbe finire in galera per qualche delitto efferato…” – pensate fino a che punto ci riduce il moralismo – e mentre mi scandalizzavo sempre di più, ho concluso i miei pensieri dicendo: “Il Vescovo non poteva dare la benedizione come fanno tutti con un bambino di ceramica?”.

 

Ma capite che ragionamento ho fatto? Capite che ragionamenti in realtà facciamo anche noi tutti i giorni? Releghiamo il “divino” a statue… quadri…! Certo: non è sbagliato, ci mancherebbe. Anch’essi aiutano. Ma quando ci viene detto, come ci dice san Giovanni nel suo prologo, che “Dio si è fatto carne”, non riusciamo a comprendere che davvero Lui ha preso la nostra carne e si propone a noi attraverso la modalità di un incontro. Perché la nostra carne è carne di peccatori e – ci diciamo – “come può essere segno di Dio uno che mi tradisce?”.

Ma ditemi voi: che cosa è meglio? Benedire con un bambino di carne – carne che Gesù stesso ha preso – o benedire con un oggetto inanimato? Dio è più presente in un crocifisso inanimato o in un uomo, per quanto peccatore egli possa essere?

 

Ma permettetemi di fare un ulteriore passaggio. Di fronte al fatto che il Mistero prende la forma di un incontro, cosa importa che quei genitori in qualche modo un giorno potranno tradire permettendo alla fatica di vincere di nuovo sul loro umore? Cosa importa che quel bambino usato per benedire centinaia di persone un giorno possa diventare un delinquente?

Nulla! Perché ciò che è importante non è la nostra coerenza. Il punto è che Dio accade, Dio ti incontra e quel fatto non lo puoi negare, neppure se con la tua incoerenza “rovini tutto”. Perché: “No, amico: la tua incoerenza non rovina proprio nulla. Anzi, la tua incoerenza, il tuo male, il tuo dolore sono la ferita, sono la feritoia, la fessura attraverso cui Dio ti raggiunge e ti prende. Il “dramma di vivere” è ciò che ci permette di arrivare a dire al Mistero – attraverso la carne di un amico – le parole più belle che un uomo possa mai dire: “Posso abbracciarti?”.

 

Nei giorni scorsi, con un gruppo di ragazzi della Parrocchia, ci siamo domandati dove sia Dio di fronte alle più insormontabili ingiustizie. Di fronte alla morte di un bambino, agli abusi, di fronte ai tumori, alla morte dei migranti, di fronte alle guerre. Tutte domande che provocano in noi senso di smarrimento ed impotenza. In questi casi non possiamo che ammettere che non ci sono spiegazioni. È necessario un atto di fede quando la fatica della vita diventa talmente pesante da toglierci il fiato o anche semplicemente la voglia di andare avanti. Fidarci di Dio che tutto regge.

Per tanti di noi, quest’anno non è stato semplice. Ma la novità sorprendente è che Dio usa di questo male per attrarci a sé. Egli non è venuto a pontificare sull’esperienza del male, non è entrato nel mondo per spiegarci la vita e il dolore. Egli ha preso la nostra carne per condividere il nostro dolore e così dare al dolore un senso. Ma pensateci: quando stiamo male, più che di una fredda e razionale spiegazione del perché o del per come, abbiamo tutti bisogno di una sola cosa: un abbraccio!

Il problema del male per noi non è una questione filosofica. Dio entra nel mondo e ci chiede: “Posso abbracciarti?”.

 

Cari amici, Dio continua a rendersi presente oggi attraverso un medico, attraverso una coppia di amici, attraverso un bambino usato per benedire, attraverso un giovane parroco: non perché siamo perfetti e nemmeno coerenti.

Noi capiamo queste cose e poi ce ne dimentichiamo. Passiamo dal vivere in pienezza al cadere nel peccato ed è come se quel fatto che è accaduto nella nostra vita non avesse più la sua incidenza. Ma la questione non è la nostra coerenza. Il punto è stare a quel fatto. Anzi: educare il nostro sguardo a riconoscerlo e a lasciarci affascinare, sussultare nella gioia.

 

E allora, permettetemi di concludere chiedendo di fare ancora una volta uno sforzo immaginifico: provate ad immaginare di avere Gesù bambino fra le braccia. Provate a mettere le vostre mani come se doveste avere un bimbo appoggiato sopra. Abbassate lo sguardo e provate a pensare che ci sia lui. Cosa notate in voi? Vi è nato il sorriso sulle labbra. Il sorriso. La tenerezza. Di fronte a questa tenerezza che state sentendo, non pensate anche a voi che sia stata una grande idea quella di Dio di farsi bambino invece, magari, che venire con astronavi o imporsi con la forza? La grandezza di Dio è proprio la sua tenerezza. Il suo abbraccio. E questo dovrebbe essere il nostro unico dono alle persone che amiamo: un abbraccio.

 

Cari amici, la vita cambia non per una nostra decisione, ma solo se si hanno amici che continuamente ci richiamano con il loro stupore a stupirci con la tenerezza. La fede non spiega tutto, ma la fede continua comunque a mostrare la sua ragionevolezza. Ricordatevi: non abbiamo bisogno di capire ogni cosa, abbiamo bisogno di sentire l’abbraccio di Dio nella carne. Il Dio bambino non aspetta altro che tu lo prenda tra le tue mani. Tu desideri tenerlo fra le tue e dirgli “Posso abbracciarti?”.

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