Tutti abbiamo bisogno di “conversione”. Ritiro di Quaresima 2017 - News dalla Parrocchia di Borgo Maggiore
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Tutti abbiamo bisogno di “conversione”. Ritiro di Quaresima 2017

Tutti abbiamo bisogno di “conversione”. Ritiro di Quaresima 2017.

di Don Marco Scandelli (Direttore dell’Ufficio Catechistico Diocesano)

Per la prima volta nella nostra Diocesi, domenica 5 marzo nella Parrocchia di Borgo Maggiore, si è avuto un grande ritiro di Quaresima rivolto a tutti gli operatori pastorali: operatori Caritas, USTAL, AC, Scout, ministri e catechisti. Hanno preso parte all’incontro oltre duecento persone, segno dell’attualità del tema prescelto: “La nostra conversione alla luce della conversione di san Paolo”. Ad aiutare la meditazione da me proposta, è stata la lettura sinottica dei capitoli 9, 22 e 26 degli Atti degli Apostoli.

La domanda di partenza è stata: “Come uomini e come operatori, abbiamo bisogno di conversione?”. Troppo spesso, infatti, può sembrare che la essa sia necessaria solo ai “grandi” peccatori. Eppure, “conversione” significa “voltarsi verso/con”. Ma quanto è difficile “con-vertirsi”! Che cosa ci frena? Esistono cinque catene che bisogna conoscere per spezzarle:

  1. La stanchezza di chi dice: a. “Faccio fatica perché non ho più l’età”. b. “Faccio fatica perché gli altri non fanno mai ciò che è loro compito”. c. “Faccio fatica, ma tanto non cambierà mai nulla”.
  2. La superbia di chi dice: a. “Io sono cattolico da sempre e so cosa è giusto o sbagliato”. b. “Io aiuto in parrocchia, perciò so che cosa bisogna fare o meno”. c. “Io non ho bisogno dell’aiuto degli altri”.
  3. Il qualunquismo di chi dice: a. “Non è mio compito fare una cosa, perché io devo farne altre”. b. “Non importa far bene ogni cosa, basta buttar lì le cose”.
  4. L’inganno di chi dice: a. “Lo faccio per gli altri”, ma in realtà lo fa solo per se stesso usando gli altri. b. “Se per una volta faccio qualcosa di ingiusto, non importa: sono sempre buono e bravo”.
  5. L’ignoranza, punto più dolente, di chi: a. Non vede le cose per come sono nella realtà, ma solo per come vuole vederle lui. b. Non comprende che se una cosa è nella sua mente non significa che sia giusta.

Dopo aver individuato queste “cinque catene”, è stato letto il testo della “Conversione di san Paolo”, dal quale abbiamo tratto alcune considerazioni importanti per la nostra conversione. Innanzitutto, in Paolo è evidente che la conversione consiste nel passaggio da una fede per tradizione a una fede per esperienza.

Anche qui, cinque appaiono i punti focali:

  1. La conversione non è un cambiamento della nostra vita né moralistico né intellettuale e spesso è invisibile ai nostri occhi: è certo che la conversione di Paolo non sia avvenuta perché ha cambiato modo di vivere né in seguito ad una auto-convinzione.
  2. La conversione è una iniziativa di Dio: Lui prende l’iniziativa e si rivela a Paolo chiamandolo ad una nuova vocazione. Chiamata-vocazione-rivelazione connotano la conversione come un incontro tra l’uomo e Dio.
  3. La conversione è un fatto personale: ogni “caduta da cavolo” è specifica, diversa, con connotati particolari rivolti al temperamento di ciascuno.
  4. La conversione è un atto che non taglia, ma recupera il passato: le comunità cui Paolo è mandato a predicare la buona notizia sono proprio quelle contro cui nella sua vita aveva sferrato gli attacchi più efferati.
  5. La conversione è un atto ecclesiale: l’importanza della comunità di Damasco e di Anania, immagine del sacerdote, del legame con la Chiesa, del padre spirituale, senza del quale nessuna conversione può dirsi autentica.

L’incontro è finito con una meditazione ulteriore sul significato di che cosa sia realmente l’incontro con Cristo, fonte della vera conversione la quale coincide sempre con l’incontro con qualcuno dal quale ci sentiamo amati per ciò che siamo, senza altri fini. Tale incontro avviene nella vita ordinaria: per questo bisogna essere vigili e soprattutto non ci si può rifugiare nei cosiddetti “agriturismi spirituali”. Dio è qui ed ora. Ma avviene anche sempre e solo nella libertà: Dio non entra nella vita con grandi proclami, ma in punta di piedi, quasi bussando piano piano alla porta del nostro cuore. Eppure, la “prova regina” dell’avvenuta conversione, cioè dell’avvenuto incontro con Cristo è letizia della vita: non siamo spinti al moralismo, a un “dover fare”, ma il cuore è pieno e stabile anche nelle avversità.

Incontrare il Signore è dunque la vera conversione, il passaggio da una fede fanciullesca ad una fede adulta, personale, esperienziale.

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