LE NUOVE NORME CANONICHE IN MATERIA MATRIMONIALE - News dalla Parrocchia di Borgo Maggiore
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LE NUOVE NORME CANONICHE IN MATERIA MATRIMONIALE

Intervista al nostro Parroco don Marco Scandelli, canonista.

Tratto da www.papalepapale.it

Don Marco, la Chiesa sta vivendo un periodo di profonde trasformazioni che sembrano riguardare anche la Dottrina matrimoniale. Che cosa è cambiato con gli ultimi Motu Proprio di Papa Francesco?

Innanzitutto va detto che i Motu Proprio non hanno introdotto nuovi capi di nullità, non hanno stabilito soprattutto nuovi “vizi del consenso”. Pertanto i motivi per i quali un matrimonio può essere dichiarato nullo sono e rimangono quelli normati dal CIC 83 per la Chiesa latina (Codex Iuris Canonici) e dal CCEO 90 per le Chiese orientali (Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium). Essi vengono divisi in tre categorie: impedimenti riguardanti la persona, vizi del consenso e vizi di forma. In virtù di ciò ogni altra considerazione va tralasciata.

Tuttavia con le nuove norme procedurali pare sia sufficiente che uno dei coniugi dichiari che al momento del matrimonio aveva simulato di aderire alla fede cattolica oppure che in quel momento si sia erroneamente percepito come cattolico per ottenere una sentenza di nullità.

Beh, vanno fatte alcune precisazioni. La Dottrina potrebbe nel tempo arrivare ad individuare o a sintetizzare nuovi vizi o impedimenti, come ha suggerito Benedetto XVI nel discorso alla Rota Romana del 2013. In quell’occasione il Papa chiese di verificare se la mancanza di fede di uno dei due sposi potesse determinare un vizio nel consenso. Il ragionamento, sinteticamente, era questo: come potrebbe una persona che non crede volere attraverso il matrimonio canonico tutto ciò che con tale istituto normalmente si vuole? Fino ad ora la mancanza di fede è sempre stata considerata un indizio molto forte in favore della nullità, senza con ciò arrivare a dire che essa fosse la “prova regina”. Benedetto XVI si è chiesto se non ci fossero i margini per riconoscere a tale mancanza il valore stesso di prova. Finora la giurisprudenza non lo ha fatto. Magari lo si farà nel futuro, ma non per una discrezionalità, quanto piuttosto per una presa di coscienza maggiore circa l’incisività che la mancanza di fede può avere sulla natura del consenso che, dobbiamo ricordarlo, è ciò che “fa” il matrimonio.

Alla luce delle parole di Benedetto XVI che tu richiami e poi dei Motu Proprio sembra che la mancanza di fede di uno dei nubendi sia però causa legittima di nullità già ora.

Non direi! Almeno non per l’attuale dottrina, né tantomeno per la mens del Legislatore. È altrettanto vero, invece, che d’ora in poi la mancanza di fede potrà essere discriminante nella decisione circa la via da percorrere per giudicare della validità di un matrimonio. Nei Motu Proprio si fa riferimento a questo e ad altri casi, infatti, per scegliere di adottare quella che alcuni, malignando, hanno definito la “nullità breve”. In tal caso, la mancanza di fede, vale ribadirlo, non avrà però valore di “prova” quanto piuttosto sarà una delle condizioni preliminari (tra molte altre) che insieme al fatto che entrambi i coniugi siano in coscienza dubbiosi e concordi della nullità del proprio matrimonio potrà portare a scegliere di procedere secondo la nuova via giudiziale coram episcopo (coadiuvato da due assessori).

Don Marco, ma il richiamo alla coscienza dei coniugi sembra indicare il fatto che si vuole affrontare la questione della nullità del matrimonio ricorrendo a elementi soggettivi anziché oggettivi: a causa di ciò non esiste il pericolo di una eccessiva elasticità di giudizio circa le sentenze di nullità?

Anche qui vorrei fare delle considerazioni.

Anzitutto, la vastità della Chiesa richiede forme oserei dire liquide di Leggi universali da tradurre poi in modo preciso nella concretezza delle situazioni. Questo ha aspetti positivi ed anche negativi: si fa ciò che si può con le persone e le predisposizioni tecniche che si hanno.

In secondo luogo, si tenga presente che le questioni che si cerca di dipanare sono attinenti al foro interno che però avendo valore anche sociale (c’è in gioco il bene delle persone) hanno bisogno di essere portate in foro esterno (giudiziale). Ciò implica che coloro che si rivolgono alla Chiesa lo fanno fino a prova contraria in buona fede per poter “mettere a posto” la propria coscienza. Pertanto sarebbe di per sé assurdo pensare che un fedele si rivolga alla Chiesa per poter dichiarare il proprio matrimonio invalido e così “sistemarsi” la coscienza per un fine che però è contrario alla coscienza stessa. L’obiezione potrebbe certo essere che alcuni sarebbero disposti a mentire pur di risolvere situazioni irregolari solo “socialmente” e le motivazioni sottostanti sarebbero in tal caso diverse (sentirsi giudicati non ricevendo la comunione, volersi sposare in Chiesa con una donna che altrimenti non accetterebbe, ecc). La Chiesa accetta il rischio sapendo che i mezzi di grazia (e giustizia) sono offerti a tutti. Poi ognuno è libero di usarli bene o male che voglia.

Don Marco a proposito dei sacramenti  affermi che la Chiesa “accetta il rischio” di concederli a tutti. Ciò implica anche la possibilità che siano assunti liberamente da parte dei credenti con scarsa consapevolezza: è quindi legittimo chiedersi se la Chiesa non rischi a propria volta di offrirli con troppa disinvoltura senza vigilare sul grado di cognizione dei fedeli circa il loro valore. Non ritieni sia dunque opportuno porre dei limiti alla libertà di accostarsi ai sacramenti ? Infatti un sacramento assunto indegnamente può nuocere alla salvezza dell’anima.

Ammetto che quest’ultima frase è nella sua sintesi un po’ ambigua. A tal proposito penso che le questioni da chiarire siano di duplice natura.

La prima riguarda il tema che è stato appena affrontato, cioè quello del rischio e della libertà. La seconda, invece, è quella più strettamente reale (cioè della res) riguardante il sacramento e la possibilità di sacrilegio. Le cose, come si vedrà, sono molto più legate di quanto non si possa pensare a prima vista.

Riguardo al primo punto, è necessario ricordare che la libertà (e con ciò non solo ma anche il “libero arbitrio”) è caratteristica intrinseca della persona umana, tanto che per esempio nella Teologia dell’ultimo secolo alcuni pensatori hanno definito l’uomo “libertà finita” e Dio “libertà infinità”. Due belle definizioni, direi! Tutto, infatti, nell’incontro tra l’uomo e Dio si gioca all’interno della libertà. Dio ama così tanto l’uomo che è pronto a fare di tutto per farsi a sua volta riamare, ma alla fine si inchina di fronte alla libertà umana che coscientemente lo rifiuta, ritraendosi. È vero che Dio educa, custodisce, insegna e vigila, ma non lo fa mai costringendo, ma sempre quasi in punta di piedi per non intaccare o schiacciare nemmeno un pochino la libertà finita dell’uomo.

La stessa cosa vale per la Chiesa: la tentazione dell’imposizione è sempre molto forte, ma educare/custodire/insegnare/vigilare la Chiesa lo può fare solo e sottolineo solo dopo che c’è stato l’incontro tra la libertà finita e quella infinita e dentro questo incontro l’uomo si è accorto di Dio e lo ha desiderato.

Riguardo al secondo punto: il sacrilegio. Perché una persona possa commettere sacrilegio occorrono due cose: un atto considerato tale per natura o indicato tale dalla Chiesa e la volontà (coscienza e avvertenza) del presunto sacrilego. Peraltro: gli effetti del sacrilegio, ci insegna san Tommaso in modo molto efficace, sono solo per il sacrilego non potendo nulla fare contro la infinta maestà di Dio.

Se costui non comprende (e tale comprensione non è volutamente deficitaria) di commettere sacrilegio, non rischia di incorrere nella dannazione.

Perciò per concludere: quando diciamo che la Chiesa “rischia” sulla libertà dell’uomo, cioè sulla sua coscienza, diciamo che nel caso di sacrilegio in cui ci fosse volontà piena (piena avvertenza e deliberato consenso) l’unico a subirne sarebbe il sacrilego.

Esempio pratico: se durante la ricezione dell’Eucaristia dovesse cadermi inavvertitamente un frammento di Ostia non ci sarebbe alcun effetto, perché io non avevo intenzione di porre un atto sacrilego e Dio comunque non ne subirebbe alcun danno. Se invece io lo facessi intenzionalmente come atto sacrilego, ciò porterebbe a me la morte spirituale ma Dio, come è logico, non ne sarebbe per nulla intaccato.

Ma perché un soggetto sia veramente libero di decidere occorre che disponga di tutti gli elementi di valutazione necessari: per certi versi si può dire che l’ignoranza limitando la conoscenza limita anche la libertà. In questo senso non sarebbe auspicabile una maggior attenzione all’educazione sul valore dei sacramenti proprio per tutelare la libertà di scelta?

Innanzitutto un’osservazione preliminare: i sacramenti non sono un diritto! Nessuno ha un diritto a ricevere i sacramenti. Né un divorziato risposato né tanto meno chi compie tutta una serie di pratiche nell’ottica così di garantirsi il diritto a ricevere l’Eucaristia. Il ministro dell’Eucaristia è in tal senso non un dispensatore di oggetti dovuti, ma un incaricato dalla Chiesa deputato a valutare che le condizioni necessarie per essere ben disposti a ricevere un sacramento siano tutte presenti. Pertanto si potrebbe anche non amministrare un sacramento a chi è però nelle condizioni per riceverlo. Per fare un esempio tra tanti pensiamo al fatto che ad una celebrazione “oceanica” non tutti possano ricevere il Corpo di Cristo anche se “ben disposti”. O per fare un altro esempio, analogo e perciò diverso, nessuno ha diritto ad essere ordinato sacerdote, nemmeno se ha compiuto tutte le cose necessarie per diventarlo.

Detto questo, è vero che la Chiesa più che vigilare è chiamata ad educare. Il grado necessario di vigilanza in una società è come la colonnina di mercurio in un termometro: più è alta la vigilanza e più il paziente sta male. Fuor di metafora: vigilare (e vietare) è sempre il tentativo di frenare un malcostume che affonda le proprie ragioni in una scorretta educazione.

Conosco una famiglia con quattro figli educati con sapienza anche riguardo l’atteggiamento da avere durante le celebrazioni liturgiche. Uno dei figli è addirittura cerimoniere. Ogni volta che partecipano alla Messa, con naturalità si approcciano in un certo modo all’Eucaristia. L’hanno imparato, anzi respirato dai genitori, molto partecipi della vita della Chiesa. Sono certo che non ci sarebbe bisogno di vietare loro l’Eucaristia nel caso in cui si trovassero in una situazione sconveniente. La Chiesa è chiamata ad educare la libertà, esalta la libertà e rischia su di essa. I tre verbi in questo ordine cronologico. Altrimenti tutto decade e come si diceva la Chiesa rischia di diventare liquida, insipida e caotica.

Permettimi di esprimere un dubbio riguardo il tuo accenno alle “forme liquide” da intendersi come Leggi universali da applicare alle circostanze concrete. C’è infatti il rischio che possano generare una sorta di caos interpretativo che può essere più dirompente per la Chiesa di quanto non lo siano delle regole certe più o meno conformi alla dottrina tradizionale.

In altre parole: non temi il pericolo di errori madornali nella valutazione dei singoli casi magari indotti da dichiarazioni mendaci da parte dei coniugi al fine dell’ottenimento di sentenze compiacenti?

Nel caso in cui la Chiesa sbagli a dare un giudizio sulla invalidità di un matrimonio (matrimonio valido dichiarato invalido) il fedele è posto in uno stato di non colpevolezza di fronte a Dio solo se egli sa di essere stato sincero nell’esporre fatti e prove a favore della stessa invalidità. Certo è che la stessa cosa vale per chi giudica (vescovo o vicario giudiziale o giudice che sia): se non si raggiunge la certezza morale sulla invalidità, chi giudica non può emettere una sentenza positiva di nullità! È una questione di coscienza anch’essa.

Pertanto direi semplicemente che il caos che si potrebbe generare ha, sì, questa volta, come barriera quella della fede: se un giudice o una parte in causa sono persone di fede, difficilmente faranno scelte contro la propria coscienza.

Don Marco un’ultima domanda: si ha la diffusa percezione che venga meno la custodia della dottrina e di conseguenza la stessa sia oggetto di discussione secondo schemi di pensiero che non appartengono alla chiesa cattolica, ma al “pensiero debole” o relativismo laicista. In quanto oggetto di interminabili dispute e compromessi la dottrina appare sempre più caotica e incapace di offrire risposte certe e universalmente condivise.

Più semplicemente la dottrina cattolica sembra stia cambiando la sua tradizionale visione del mondo: la sua “narrazione” dell’uomo anziché apparire alternativa appare ormai analoga a quella laicista. Da questo tentativo di imitazione della cultura dominante scaturisce una sorta di “effetto fotocopia”.

Ma una chiesa sempre meno alternativa al cosiddetto “mondo” non è fatalmente destinata a essere percepita come inutile o superflua?

Mi pare che la tua domanda nasconda in realtà ben tre temi diversi, riassumibili in un atteggiamento dal quale gli ultimi Papi hanno cercato di metterci in guardia: “Non abbiate paura”.

Innanzitutto il rapporto tra il mondo e la Chiesa. Come descriverlo? Se è vero che è la Chiesa a dover plasmare il mondo a partire anche dall’invito contenuto in Genesi di “coltivare la terra”, è pur vero che la Chiesa vive delle dimensioni della storia, cioè del tempo e dello spazio. Allora la tentazione perenne che gli uomini di Chiesa vivono è quella di chiudersi a riccio ogniqualvolta il mondo non sembra ascoltare e seguire ciò che essi proclamano. Si tratta evidentemente di un borghesismo ecclesiale che a lungo andare si dimostra nocivo. La Chiesa non può uniformarsi al mondo, ma se deve parlare al mondo (“andate in tutto il mondo”) lo deve fare in un modo che per il mondo sia comprensibile. “Cattolicità della Chiesa” significa anche capacità di adattamento: ma per poter superare delle forme ormai incomprensibili per la modernità è necessario aver ben compreso e fatto proprie quelle precedenti. Mons. Biffi diceva che è sì importante superare san Tommaso, ma il problema è che prima bisogna almeno arrivarci!

Il secondo tema, invece, tocca la natura intrinsecamente sinodale della Chiesa. In questi giorni, per stare all’attualità, si parla spesso di contrapposizioni dottrinali riguardanti l’accesso ai sacramenti per le persone considerate “irregolari”. Abbiamo sentito che i Padri del Sinodo hanno espresso opinioni diverse. La diversità non deve e non può far paura alla Chiesa. Ognuno è chiamato ad esprimere dubbi, perplessità, idee, teorie con libertà e al servizio della verità, il cui servo dei servi è il Papa. È il Papa che ha l’ultima parola nella Chiesa, nel tentativo di armonizzare le diverse posizioni nella sinfonia, però, dell’unica verità che è Cristo. Avere paura del dialogo franco nella Chiesa è avere paura di perdere. Ma la verità è diffusiva sui, non ha bisogno di grandi spot pubblicitari. Chi pensa di possedere la verità vive nella paura. Chi è posseduto dalla verità, invece, come diceva Benedetto XVI, non ha mai paura del dialogo. E comunque, lo ripeto, nel dubbio è il Papa assistito dallo Spirito Santo a dipanare le questioni.

Con questo arriviamo all’ultima paura: quella che nella Chiesa è generata dalla mancanza di fede nell’azione dello Spirito Santo. Noi in quanto cattolici riteniamo che sia lo Spirito a guidare la Chiesa santa di Dio. Per questo se è vero che la Chiesa vive le dimensioni della storia, è anche vero che essa non è semplicemente una società storicamente determinata. Lo Spirito continua ad agire e permette l’approfondimento delle verità di fede: un approfondimento che non potrà mai dirsi concluso fino a che l’universo non sarà “riarrotolato” nell’ultimo giorno. Anche i dogmi non pongono la parola “fine” su argomenti di fede, ma la pongono solo sulle eresie. Un dogma è dunque e sempre all’inizio di un nuovo processo cognitivo e di approfondimento che si sviluppa sapendo che una determinata strada è impercorribile, ma tante altre sono ancora da scoprire.

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