Iniziazione cristiana: essere introdotti all'amicizia con Cristo! - News dalla Parrocchia di Borgo Maggiore
678
post-template-default,single,single-post,postid-678,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,vertical_menu_enabled,qode-title-hidden,qode_grid_1300,hide_top_bar_on_mobile_header,qode-content-sidebar-responsive,transparent_content,qode-theme-ver-10.1,wpb-js-composer js-comp-ver-5.0.1,vc_responsive

Iniziazione cristiana: essere introdotti all’amicizia con Cristo!

di don Marco Scandelli
Direttore dell’Ufficio Catechistico Diocesano
Apparso sul Montefeltro di Marzo 2016

«All’inizio dell’essere cristiano» vi è «l’incontro con una Persona» (Deus caritas est, 1). L’unica ragione adeguata per dirsi cristiani è l’essere amici di Dio. Il cristianesimo è così quanto di più antitetico vi possa essere rispetto a qualsiasi ideologia. La Chiesa non è un partito, né una lobby o un circolo. I cristiani non sono tali perché condividono idee o scopi. La Chiesa è invece un popolo, una compagnia di persone riunite per l’unica ragione che hanno un amico in comune, Gesù di Nazareth.

Se comunemente con Iniziazione Cristiana (IC) s’intende la preparazione e celebrazione dei sacramenti che “fanno il cristiano” (dal Battesimo alla Confermazione), l’ascolto della Parola di Dio e la testimonianza della carità, in realtà questi elementi sono solo “strumentali” all’incontro con il Salvatore (cfr. Lc 2,10-11).

Le sfide culturali, politiche e sociali da tempo han dimostrato che non esiste più quella società cristiana che fino a qualche decennio fa permetteva ancora di essere introdotti naturalmente nell’amicizia con Gesù. In passato, perciò, la c.d. dottrina si limitava alla comunicazione delle verità della fede già incontrate per esperienza.

La docilità e la necessaria fedeltà a quel luogo teologico che è la storia (ambito della manifestazione della volontà di Dio), necessitano così di tradursi oggi in qualcosa di più che non in un semplice cambiamento di etichette (da “dottrina” a “catechismo”) o strumenti (dal libro a internet).

Ed oggi non basta più la sola comunicazione di verità in-incidenti in quanto lontane dall’esperienza. L’IC richiede che gli educatori si coinvolgano nella vita dei bambini: chi sa qual è la meta può farsi compagno di chi ancora non la conosce perché questi non si smarrisca nel cammino.

Realismo e speranza inoltre devono coniugarsi per un giudizio più veritiero. Il catechismo è per i ragazzi spesso sinonimo di noia, la Messa un “dazio” per ricevere i sacramenti, non c’è attenzione e la partecipazione è ridotta al “minimo sindacabile”. In questo deserto non mancano speranze: il servizio all’altare, la partecipazione al coro, i ritiri, i campi estivi e le feste parrocchiali hanno sempre un riscontro positivo e lasciano bei ricordi anche a distanza di anni.

Gli educatori sono tentati dal lamento perché a grandi sforzi non corrispondono che pochi frutti. Eppure l’esperienza di tanti è che, seppure importanti, ad essere decisivi non sono né i mezzi né la formazione, ma lo sguardo che si ha nei confronti dei ragazzi. Esso nasce da una fede che diventa cultura e che non dimentica che anche per le nuove generazioni Gesù rimane il “più bello tra i figli dell’uomo” (cfr. Sal 44,3).

Infine, i genitori. Accanto a famiglie che ancora considerano la fede un elemento importante dell’educazione dei propri figli, a volte vi sono genitori che confondono “il” fine dell’IC (l’amicizia di Cristo) con “la” fine (del percorso). In tal modo la Confermazione diventa il “sacramento dell’addio” e non quello della maturità e della pienezza della vita cristiana. Eppure, qui s’incontra il segno più grande di speranza: la quasi totalità delle famiglie considera ancora naturale che i figli ricevano i sacramenti dell’IC.

Una speranza che possiamo tramutare in opportunità, ma per questo è necessario ridirsi che il messaggio cristiano è totalmente corrispondente alle attese del cuore di ogni uomo. Non si può cadere nella tentazione della pianificazione di tutto per paura che Gesù non sia più attrattivo, che lo Spirito Santo non sappia più che fare, che il Padre non ascolti più le nostre lamentazioni!

La presenza nel mondo della Chiesa ha una connotazione profetica: ogni giorno i ragazzi sono sottoposti a giudizi, sono misurati e ricattati dall’efficientismo, imbevuti d’informazioni. È la tentazione di un mondo che pensa di non aver più bisogno di un Salvatore! La Chiesa non può avere lo stesso atteggiamento. Gli educatori cristiani sono invece chiamati ad abbracciare i ragazzi nella consapevolezza che l’ampiezza di tale abbraccio dovrà essere calibrata ogni volta in modo differente in base alla larghezza delle spalle di colui che hanno di fronte.

Si tratta cioè di applicare nei confronti dei giovani la legge dell’amore, la legge della preferenza che non esclude nessuno: occorre amarli a uno a uno, totalmente ed incondizionatamente. È naturale che questa cosa richieda lavoro su se stessi e dunque tempo ed energie, anche fatica, insieme però a tante soddisfazioni.

No Comments

Post A Comment