IL PADRINO. ULTIMO ATTO? - News dalla Parrocchia di Borgo Maggiore
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IL PADRINO. ULTIMO ATTO?

È proprio necessario avere un padrino?

di don Marco Scandelli

Proponiamo un articolo scritto dal nostro Parroco, don Marco, alcuni anni fa, sul tema dei “padrini” di battesimo e cresima. Si tratta di un articolo volutamente “polemico”, senza voler offendere nessuno, ma solo per far riflettere un po’ di più sul vero significato di che cosa significhi assumere l’incarico di essere padrino.

L’invito “a fare” da padrino/madrina, infatti, è un onore, ma presuppone anche l’intenzione d’assumersi una precisa responsabilità verso il bambino/ragazzo, la sua famiglia e la Chiesa: i sacramenti non riguardano solo la famiglia, ma tutta la comunità parrocchiale.

Non “si fa” da padrino, ma “si diventa” e dunque “si è”: un vero padrino è chi con la preghiera e l’insegnamento, soprattutto con il proprio esempio di vita cristiana e con una retta libertà, accompagna il bambino/l’adolescente. Il padrino è educatore alla vita cristiana, in special modo nel momento della stanchezza e dell’avvilimento.

Per questo, occorre mettersi davvero di fronte al Signore e fare un buon esame di coscienza sul modo di vivere la propria fede. Non è discriminante il passato, ma è necessario che chi è chiamato a diventare padrino/madrina si impegni fin da ora a coltivare una più intensa relazione di amicizia con Colui che unicamente può rendere felici. È necessario entrare in quella familiarità con Cristo che si alimenta solo attraverso la partecipazione alla vita della Chiesa, l’ascoltare la parola di Dio, l’andare a Messa, l’accostarsi al sacramento della Confessione.

Con l’arrivo della primavera, non solo la natura riprende vita e forma, ma anche molti di coloro che si definiscono “credenti”, salvo poi ricordarsi a mala pena il “Padre nostro”, si risvegliano dal letargo della loro fede e si dirigono con sguardo fiero, rivendicando presunti “diritti”, verso le canoniche delle parrocchie italiane, in cui ad accoglierli benevolmente trovano spesso sacerdoti che hanno l’unica colpa di mettere in pratica ciò che la Chiesa ha chiesto loro di fare.

Sto parlando del fenomeno di coloro che reclamano il diritto soggettivo di essere “padrini” – di Battesimo o di Cresima poco importa – costi quel che costi.

Da un punto di vista canonico, non c’è nulla da fare. Il Codice parla chiaro al can. 874. Per essere ammesso all’incarico di padrino/madrina sono necessari nove requisiti: 1. Sia designato da colui che deve ricevere il Sacramento, o da chi ne fa le veci o ancora dal sacerdote. 2. Abbia intenzione di esercitare tale incarico. 3. Abbia compiuto i 16 anni. 4. Sia cattolico. 5. Sia cresimato. 6. Abbia fatto la “prima comunione”. 7. Conduca una vita conforme alla fede e all’incarico che assume. 8. Non sia irretito da pena canonica inflitta o dichiarata. 9. Non sia il genitore.

È lasciata discrezionalità innanzitutto sul terzo punto, relativo all’età, poiché essendo una prescrizione di diritto positivo – naturalmente, infatti, si richiede solo che la persona abbia una certa maturità confacente all’incarico – può essere modificata dal Vescovo diocesano o addirittura dispensata “per giusta causa” ad casum.

Un’altra eccezione è ammessa per il n. 4: infatti, il Direttorio ecumenico afferma che è consentito per un valido motivo “ammettere un fedele orientale con il ruolo di padrino congiuntamente a un padrino (o madrina) cattolico”, e ciò “in forza della stretta comunione esistente tra la Chiesa cattolica e le Chiese orientali ortodosse”.

Infine, storicamente – con legittimità – è avvenuto il caso, contro il n. 9, in cui un padre o una madre chiedesse e ottenesse di fare da padrino/madrina del proprio figlio. Si tratta di una prassi che per un certo periodo si è diffusa in più luoghi nella Chiesa. Di per sé, dunque, è stato possibile che un genitore facesse anche da padrino. La Chiesa, però, cercando di riflettere maggiormente sulla figura normata dal can. 874 ha ritenuto che sia necessario evitare il declino di una tradizione importante che vede nel padrino una figura educativa di riferimento accanto a quella dei genitori. “Accanto”, appunto. Altra cosa!

Ma per gli altri punti il discorso è diverso: non si tratta di un capriccio o di una interpretazione sbagliata del canone, come qualcuno a volte accusa, ma è in gioco la stessa natura della figura del padrino.

Ristoranti, bel tempo e il “padrino irregolare”

Non è un caso che la maggior parte delle Cresime e dei Battesimi avvenga nella “bella stagione”, complice anche la celebrazione della Pasqua intorno all’equinozio di primavera. Infatti, in un paese di antica tradizione cristiana come l’Italia, in cui però di cristiano spesso non vi è più nemmeno lo scudo crociato, in molti rivendicano il diritto di ricevere i Sacramenti dell’iniziazione cristiana quando c’è bel tempo, perché si possano così fare foto artistiche per riempire gli album di famiglia (e facebook) ed avere la possibilità di fare rinfreschi o pranzi nelle ville più gettonate per decorazioni floreali e ambienti mozzafiato. Il problema principale dei genitori – normalmente capi cerimonieri di queste giornate in cui la liturgia cattolica serve solo come contorno socialmente apprezzato ed esigito – è quello di dare una forma perfetta alla giornata, poco importando quale sia lo spirito con il quale essa sarà vissuta. Sto generalizzando. E mi scuso per questo. Ma l’iperbole ha un suo perché.

Pensiamo per esempio alla Cresima: le lezioni di catechismo in preparazione del Sacramento, infatti, sono spesso concepite come un respiro di sollievo durante il quale si può parcheggiare il proprio (unico) figlio per un’ora in un’aula semi grigia. Altrimenti non si saprebbe come fare per andare al supermercato. E poi pare anche che senza una presenza costante, il rischio sia quello di essere additati come coloro che “non sono stati ammessi”. Tant’è vero che la percentuale di bambini che frequentano la Messa domenicale scende in picchiata rispetto a quelli che partecipano alla “dottrina”. Alla Messa non prendono la presenza. Al catechismo sì: come se fosse più importante la spiegazione delle verità di fede, piuttosto che la possibilità di viverle nell’Eucaristia.

Sempre di più, poi – almeno da quando il divorzio in Italia è stato legalizzato – avviene che non si riesca a trovare un ruolo agli zii, ai cugini di primo-secondo-terzo grado, ai vicini di casa, alla badante del nonno e pure ai portinai del palazzo accanto che, non si capisce bene perché, ma sono sempre gli “irregolari” di fronte alla Chiesa. Ma a tutti i costi “devono fare da padrino”.

È interessante notare che, pur essendo i divorziati meno di tre milioni, in ogni parrocchia della penisola italica capita immancabilmente almeno un caso del “parente irregolare” che: “Mi scusi, signor parroco, ma questa persona potrebbe fare da padrino?”. La risposta è immancabilmente sempre la stessa. Ma ogni anno qualcuno ci prova. Tanto che si registrano casi di gente che, pensando di essere più furba e intelligente, fa carte false e riesce a fare da padrino anche più volte, chiedendosi poi (ci è o ci fa?): “Sono divorziato-risposato civilmente e ho fatto da padrino a cinque battesimi. È ingiusto che gli altri non possano farlo. Ma la legge non è uguale per tutti?”. Già, la legge richiamata da chi ha fatto di tutto per non rispettarla!

Hitler sì! Io no!

Capita poi, come sempre, il giustizialista, quello che “l’altro è più peccatore di me”: quello che portando come esempio la condotta di Adolf Hitler, spera di passare per l’agnellino immacolato, magari accomodando la Legge di Dio per sentirsi a posto con la coscienza. Buttando tutta la polvere della stanza sotto il letto, in fondo, spera che Dio non la veda più. Soprattutto non la veda il ministro di Dio! Si tratta dei casi in cui la pertinace arroganza del peccatore incallito si sfoga con rabbia contro il malcapitato sacerdote, dicendo che naturalmente “io sono cattolico impegnato”.

Senza voler entrare nel merito di che cosa significhi “cattolico impegnato”, la confessione che queste persone tentano di strappare ai preti è: “Un assassino può fare da padrino, mentre lei – irregolare a livello matrimoniale – non può farlo”. Alcuni sono anche arrivati a gridarlo in faccia ai parroci, i quali mai si sono sognati di ammettere una persona che – a meno che non ci sia pentimento sincero e riparazione dello scandalo – uccidendo qualcun altro non hanno certo dimostrato di condurre una vita conforme alla fede e all’incarico che vogliono assumere (n. 7).

Ma, in verità, non è sempre colpa dei “parenti irregolari”. Infatti, succede anche che i sacerdoti, forse per troppo zelo di pastori – o piuttosto per l’atavica codardia alla don Abbondio –, abneghino il proprio compito di discernimento e giudizio, promuovendo, invece, al compito di padrino persone che se non sono in peccato pubblico manifesto, quanto meno non hanno mai messo piede in una Chiesa dal giorno della loro di Cresima. Magari celebrata nella primavera di vent’anni fa. In tal senso, perciò, gli unici discriminati vengono ad essere non i padrini-cugini che dai primi Vespri del sabato ai secondi Vespri della domenica si trovano in uno stato confusionale dovuto all’assunzione di sostanze più o meno illecite, ma proprio lo zio divorziato-risposato che ogni domenica mattina si precipita in Chiesa per cantare nel coro parrocchiale.

È proprio necessario avere un padrino?

Con l’approssimarsi dei Sacramenti dell’iniziazione cristiana, uno dei punti all’ordine del giorno diventa proprio quello di trovare il famoso “padrino”. In realtà, il dettato del can. 892 afferma che esso ci deve essere “per quanto è possibile”. Ma i canonisti sono propensi a leggere una tale possibilità non in senso facoltativo, quanto piuttosto straordinario: potrebbe infatti accadere che per grave causa non ci siano persone che possano assolvere il ruolo liturgico di padrini. In tal caso non si potrebbe negare il Sacramento solo per il fatto che manchi una tale figura. Proprio per questo, la Congregazione per il Culto ha specificato che i genitori stessi potrebbero assolvere alle funzioni liturgiche dei padrini in caso questi mancassero, come per esempio il fatto di annunciare il nome del cresimando al Vescovo celebrante durante la Confermazione.

Ciò, inoltre, deve essere comunque fatto con prudenza pastorale e valutate le condizioni e le circostanze del luogo [Notitiae, 11 (1975)]. In ogni caso, il padrino non dovrebbe mai mancare se, invece, a mancare fossero proprio i genitori o lui stesso fosse l’unica persona in grado di offrire sufficienti garanzie relativamente all’educazione cristiana della persona che riceve il Sacramento: è il caso in cui, per esempio, dovesse ricevere il Sacramento un neofita con genitori atei o appartenenti ad altra religione.

Si pensi, inoltre, che il numero dei padrini è ristretto a uno o due (in tal caso meglio affiancare una madrina, meglio ancora se proprio la moglie del padrino) per motivazioni pratiche. Spiega infatti la dottrina canonistica che se fossero più di due si potrebbe incorrere in due rischi: da una parte questi potrebbero non sentire come grave il loro impegno, con la conseguenza di assolvere a tale funzione in modo non adeguato; dall’altra, infine, potrebbero nascere contrasti sui criteri e sul metodo educativo.

E qui mi fermo. Prendo un attimo di respiro e mi domando: ma le cose che sto scrivendo a quale universo parallelo si riferiscono? Perché a parte qualche eccezione, di solito coloro che fanno parte di un Movimento ecclesiale – penso ai neocatecumenali, ai ciellini, ai focolarini, ecc. –, chi oggi vive in questo modo il suo ruolo di padrino? Non è forse diventato una figura mondana, completamente integrata nel sistema consumistico? Non è forse quello che “deve fare il regalo più bello”? Quale padrino oggi assolve davvero al compito educativo che gli viene richiesto?

Da più parti, così, nasce la domanda sulla reale esigenza di avere tali figure: hanno ancora ragione di esistere? Non sono retaggio di una società ormai inesistente? Non sarebbe meglio abolirli? Si eviterebbe una certa mondanità ecclesiale, una profanazione delle “res sacrae”, si scongiurerebbe l’ennesimo scandalo, fuori e dentro la Chiesa.

Allontaniamo i padrini dalla liturgia!

Fino alla riforma del Codice di Diritto Canonico, tra gli impedimenti dirimenti il Matrimonio vi era lacognatio spiritualis: per la verità, tale impedimento esiste ancora nel Codice dei Canoni della Chiese Orientali (il Codice che regola la vita delle Chiese cattoliche di rito orientale). È fatto impedimento al padrino (similmente a ciò che accade per il genitore) convolare a nozze con la propria figlioccia (la madrina con il figlioccio) perché il legame di parentela spirituale che nasce tra loro è così importante da essere equiparato a quello che scaturisce dalla paternità e dalla maternità sanguigna. Si trattava (e si tratta ancora nel CCEO) di impedimento di diritto positivo, pertanto vi era la possibilità di dispensa ed oggi, appunto, è stato tolto.

La fattispecie giuridica appena richiamata fa comprendere ancora di più l’importanza del “padrino” e, in quanto sacerdote, mi fa tremare al pensiero che oggi di fatto in molti chiudono gli occhi di fronte alla grave situazione in cui tale istituzione, seppur non centrale nella celebrazione però non priva di significato, si trova.

Oggi, dunque, si limita il compito del padrino ad aspetti liturgici, svuotati del loro valore primario. Ma la liturgia, che non è un’azione magica di passaggi sociali, dovrebbe invece presentare la verità del ruolo del padrino che è anzitutto pedagogico.

Provocatoriamente, mi verrebbe da fare una proposta: si eliminino i padrini dalla liturgia! Si eviti di dare spazio a ricercate pose fotografiche di persone che non comprendono nemmeno che il loro figlioccio è in procinto di essere conformato a Cristo nell’unzione battesimale, come in quella crismale. Le funzioni che i padrini devono assolvere nella liturgia possono essere assolte dagli stessi genitori o, nel caso di adulti, dagli stessi battezzani-cresimandi. Cominciamo a far comprendere che i padrini sono degli educatori alla fede! Non importa quanto vadano in Chiesa, quanto siano bravi nel suonare la chitarra nel coro parrocchiale. Non importa quanto sappiano delle “storie” della Bibbia o dei precetti della Chiesa. Non importa quanto sia conforme la loro vita al Vangelo (o quanto non lo sia!). I padrini sono anzitutto pedagoghi, persone che per questo devono essere cresimate, aver deciso di donare la propria vita a Cristo e alla Chiesa. In altre parole: non è che devono essere dei santi e dei teologi per forza i padrini, ma devono comunque avere la volontà di indicare ai figliocci l’”ortodossia”, cioè la “retta via”, che è naturalmente la via cristiana.

Il vero padrino non ha smania di apparire nella liturgia. Il vero padrino è quello che accompagna con la preghiera e l’insegnamento, con l’esempio e con la libertà il proprio figlioccio verso l’incontro con il Signore Risorto che agisce nei Sacramenti. Il vero padrino è quello che non rivendicadiritti, ma prende sul serio la responsabilità educativa: i nove requisiti non danno alcun “diritto soggettivo”; essi, invece, si pongono come esame di coscienza per tutti coloro che hanno il desiderio di paternità e maternità spirituale. Nella Chiesa non si rivendicano diritti, ma ci si conforma a Cristo.

Smettiamola, dunque, di dare spazio a persone disinteressate al fatto religioso. Almeno per un po’! E cominciamo a coinvolgere i padrini non una settimana prima della celebrazione, ma fin dall’inizio dell’educazione cristiana dei ragazzi. Chiediamo che siano presenti alla catechesi. Chiediamo loro che si assumano davvero le proprie responsabilità. Abbiamo il coraggio di dire basta a questo modo di fare.

Non è sufficiente un pezzo di carta in cui si dica: “è idoneo a fare da padrino”. Senza pretendere la perfezione – attributo divino – chiediamo almeno la disponibilità alla coerenza e l’assunzione di responsabilità. L’idoneità non è sinonimo di “situazione matrimoniale regolare”. Altrimenti avrebbero ragione coloro che si battono perché “irregolari”, ma al tempo stesso “cattolici impegnati”, chiedendo pari opportunità. “Idoneo” significa avere le qualità necessarie ad esercitare un compito. Tra queste vi è anche la “vita conforma alla fede”, dove per fede si intende qualcosa di veramente importante.

Poniamo l’accento sull’educazione. Togliamo gli onori celebrativi e ricordiamo gli oneri educativi. Solo così eviteremo di ritrovarci anche la prossima primavera a dover discutere con il solito azzeccagarbugli – pronto tra l’altro a minacciare lettere indirizzate nientepopodimeno che a Santa Marta – perché figlio di quella generazione che ritiene virtuosa l’espressione dell’opinione personale frutto della propria pancia – se non dei propri lombi – nella legittimazione della rivendicazione di “diritti”: diritti presunti dalla lettura sterile, letterale, farisaica, sindacalista del Codice di Diritto Canonico.

IDONEITÀ PADRINI

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