Omelia di Natale. Il metodo di Dio: la carne - umana - ora! - News dalla Parrocchia di Borgo Maggiore
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Omelia di Natale. Il metodo di Dio: la carne – umana – ora!

Omelia nella notte di Natale

di don Marco Scandelli

Perché siete venuti qui? Per quale motivo vi siete mossi nel cuore della notte? Non c’era altro da fare? Ditemi, perché avete lasciato le vostre case per venire in una Chiesa. Anzi, ditevelo, a voi stessi. Chiedetevi che cosa vi ha mosso. Il ricordo di una nascita avvenuta 2000 anni fa? Non basta, non è sufficiente. Se vi siete mossi solo per un fatto del passato, spente le luci di queste candele, aperti i regali sotto l’albero, terminato il pranzo in famiglia domani, tutto tornerà ad essere come era prima.

Che cosa veramente vi ha mosso?

Pensateci: ultimamente ciò che ci muove è la sproporzione tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere. Il mondo è in continuo mutamento verso qualcosa che lo faccia essere sempre più se stesso, verso una realizzazione piena e totale.
Eppure, ad ogni angolo, ad ogni bivio, ad ogni decisione s’impone sempre ed inesorabile la possibilità di sbagliare, di seguire strade e logiche che si rivelano traditrici del desiderio del nostro cuore. Noi siamo continuamente esposti alla possibilità di sbagliare. E sbagliare anche gravemente.

Di fronte a questa domanda, di fronte a questo dilemma, dobbiamo imparare ad usare un metodo nuovo, quello propostoci da Dio. Dobbiamo cominciare a comprendere che noi non siamo i salvatori di noi stessi. Nemmeno i salvatori della Patria, o della nostra famiglia. Non siamo noi che possiamo rispondere all’urgenza della domanda di significato che nasce in un amico, magari, malato terminale, o in un padre che sta male, non siamo noi che possiamo risolvere il conflitto in Siria, ma nemmeno la paura di fronte alle scelte del futuro: sposarsi o meno, frequentare una università oppure andare a lavorare.

Tutte le domande che nel cuore umano nascono quando viviamo, quando cioè incontriamo la realtà, hanno bisogno di qualcun altro, fuori da noi stessi, per trovare soddisfazione. Perché noi siamo costitutivamente una relazione-con-l’altro. Non possiamo concepirci come persone “fatte e finite”: avremo sempre bisogno di qualcosa e di qualcuno.

Volle venire, colui che poteva accontentarsi di aiutarci! (san Bernardo).

La risposta alla nostra richiesta di aiuto non è una teoria o una dottrina, non è una scaltrezza dell’umano, ma una Presenza: la Presenza che questa sera è raffigurata da un bambino in fasce che abbiamo posto al centro della nostra Chiesa. Ma, a guarda bene, è anche la Presenza che si impone istante dopo istante con la stessa portata di 2000 anni fa nella carne. È qui! È venuto e continuamente viene. Lui è qui, come il primo giorno (Peguy).

Se la nostra vita, dunque, non cambia, se le domande non trovano significato, se il nostro errore ci mortifica oppure addirittura ci immobilizza, è perché siamo ancora troppo sentimentali, siamo nostalgici, troppo legati ad un fatto passato. Il metodo è invece, dicevo, sempre lo stesso: la carne. Umana. Ora.

Cari amici, quante volte sorge in noi la pretesa di avere una risposta ai nostri dubbi e alle nostre difficoltà che sia conforme a quanto noi abbiamo già in mente: “Voglio quello. E se non è quello, non lo accetto!”. Un salvatore? “Figlio di eroi, ricco, forte, potente, famoso, affascinante”. Eppure, il nostro salvatore ha questa notte le effigia di un bambino: fragile, figlio di un falegname e di una ragazzina, avvolto in fasce e bisognoso di ogni cosa. Solo la coscienza di 2000 anni di storia cristiana ci permette di dire che questo bambino è in realtà il nostro salvatore!

Io non vi so offrire un metodo automatico per riconoscere la sua Presenza. Bisogna però decidere di accorgersi di essa. Bisogna educare la nostra coscienza, riconoscerlo presente e lasciare che tale presenza cambi il nostro modo di pensare, di reagire, di agire, di vivere: è una decisione da prendere giorno dopo giorno.

Ma dire la carne umana, riconoscere che la Presenza di Dio è attuale nella carne, significa però dire anche che se si vuole davvero verificare la annunciata presenza del divino in questa miseria umana, in questa miserabile carne, intrisa dal peccato, non ci si può fermare a questa stessa miseria perché nessuna miseria potrà mai annullare la paradossalità dello strumento scelto da Dio.
Basta con le antipatie, con le gelosie, i sotterfugi, le menzogne. Non fermiamoci alla miseria della carne, ma guardiamo oltre. E allora perché attendiamo ancora l’eroe, il forte, il potente, e non ci accorgiamo che in realtà il salvatore può nascondersi, anzi già si sta nascondendo dietro un gesto di un amico, di un compagno, della propria moglie e figlia, anche del datore di lavoro. Dio potrebbe star rispondendo alla nostra domanda proprio attraverso la carne di colui che consideriamo distante e di minore importanza: “Che cosa può venire di buono da Nazareth”, dicevano i contemporanei di Gesù! E quante volte noi stessi, di fronte a persone che abbiamo davanti ci diciamo: “Ma cosa può venire di buono da lui o da lei?”. Stiamo facendo fuori il metodo con il quale Dio vuole farsi Presenza nella nostra vita, per dare risposta alle domande dell’animo umano. La sua presenza si nasconde in momenti di persona: cioè negli istanti più veri del nostro essere, quando la nostra coscienza è desta. Smettiamo di aspettare chissachì: il metodo, dopo 2000 anni è lo stesso. Dio si nasconde dentro la carne e si fa riconoscere solo da chi è fragile.

Ma cosa vuol dire essere fragili? Significa essere più sensibili all’urgenza delle proprie domande. Il benessere anestetizza le nostre domande. Se non ritorniamo come bambini, se non riconosciamo di avere bisogno, se pensiamo di farcela da soli, non arriveremo mai ad afferrare la reale urgenza delle nostre domande. E dunque non ci accorgeremo mai che Dio si nasconde nelle pieghe e nelle piaghe della storia. Dio lo può riconoscere solo chi lo sta aspettando.

Pertanto, cari amici, se non lo riconosciamo presente non è perché non ci sia, ma perché ancora fatichiamo ad arrenderci al fatto che Dio si possa comunicare attraverso la carne di un peccatore come me e come te.

Il Natale sarà passato invano se non saremo capaci di accettare il metodo di Dio.

Per questo vi auguro un buon Natale, o come ha detto Papa Francesco qualche giorno fa: “Un Natale cristiano”; che sia, cioè, intriso di domande poste a colui che nell’istante si fa carne attraverso il nostro prossimo.

Sia lodato Gesù Cristo.

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