Omelia della Notte di Natale - Parrocchia di Borgo Maggiore
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Omelia della Notte di Natale

Omelia di Natale – Messa della notte

di don Marco Scandelli

 

Carissimi amici,

nel silenzio di questa notte risuona ancora, dopo 2000 anni, l’annuncio che il Mistero di Dio, ciò che il nostro cuore desidera e brama più di ogni altra cosa al mondo, la vera felicità, è diventato carne: si è reso incontrabile, si è fatto “esperibile”. E lo ha fatto assumendo le sembianze di un uomo. Annuncio che per alcuni può essere scontato, per altri, invece, è un imprevisto. Come è possibile che il segreto della mia felicità possa nascondersi nelle sembianze di un uomo?

Tale annuncio, dicevo, potrebbe raggiungere noi questa sera in modo scontato, rendendolo di fatto un annuncio vuoto di significato. A te che sei qui senza aspettarti nulla di nuovo, quasi rassegnato di fronte ad una realtà che non riesci ad accettare ma neppure a cambiare, a te che vivi nella paura del momento presente, che decidi di non muoverti, piuttosto che di scontrarti con le forze delle tenebre, la Chiesa ti dice: abbi fiducia in quella voce flebile che dal profondo del tuo cuore continuamente cerca di farsi sentire per infonderti speranza. Cerca di ravvivare, come si fa con il camino quando sta per spegnersi, quel fuoco di brace che – seppure sembri ormai spento – in realtà può essere l’inizio di una nuova vampa ardente! Prendi sul serio quell’ipotesi che il mondo deride come “impossibile”, ma che tu conservi come fosse imprigionata nelle viscere del tuo essere, aspettando solo che qualcuno la venga a liberare! Quel qualcuno c’è! Dio c’è e ha deciso di esserti amico. Non in modo “spiritualeggiante”, ma in modo concreto.

La risposta alle esigenze di bene, di bello, di buono, alle esigenze di unità, di pace, di giustizia, di amore, di verità, alle esigenze che costituiscono il cuore dell’uomo e che l’uomo con la sua azione e i suoi sforzi non riesce mai a raggiungere in modo totalizzante non sono un’illusione dei bambini, bensì il vero motivo per cui Dio si è incarnato e da 2000 anni continua ad abitare in mezzo a noi.

Il motivo per cui questa notte potrebbe essere una tra le tante e il suo messaggio scontato, consiste nel fatto che siamo troppo abituati a ridurre l’esperienza cristiana a ciò che in realtà è solo l’insieme dei suoi elementi esteriori: pensiamo che il cristianesimo coincida con quella che propriamente dovremmo definire invece la “cristianità” o la “civiltà cristiana”. Secondo questa mentalità diffusa, ma non per questo corretta, il cristiano è colui che va a Messa la domenica, fa la carità, impara a memoria le preghiere, manda i figli a catechismo, sa fare un discorso su Dio, ecc.

In realtà, il modo più adeguato a definire compiutamente che cosa sia il cristianesimo è la parola “avvenimento”. Il cristianesimo o è un avvenimento, cioè un fatto concreto che accade qui ed ora a te, o non è! O Gesù “accade” ora, oppure la Chiesa, i dogmi, la morale: nulla avrebbe senso. Infatti, ciò che noi seguiamo non è un’ideologia, una filosofia di vita o un progetto, non è neppure una dottrina religiosa, né un complesso di leggi morali o di riti. Tutte queste cose sono la conseguenza del fatto che il cristianesimo è un “avvenimento”. «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva», ci ricordava nell’Enciclica Deus caritas estBenedetto XVI. Il cristianesimo è un fatto che accade: tutto ha avuto inizio 2000 anni fa, quando in questa notte Dio si è reso compagnia quotidiana all’uomo attraverso il volto di un bambino. Da quel momento, l’avvenimento cristiano si è dilatato nella storia diventando un popolo e questo popolo ha raggiunto anche la nostra generazione e, dunque, noi. Si è cristiani se si fa esperienza di questo avvenimento, non per altri motivi. Mettiamo in discussione la nostra fede e domandiamoci se Gesù nella nostra vita è davvero in carne ed ossa oppure no. Nel secondo caso, chiediamo con tutto noi stessi al Mistero di Dio di rivelarsi, cioè di incontrarci. Lui risponderà sicuramente a questa nostra richiesta.

Se ciò che definisce meglio il cristianesimo è l’avvenimento, infatti, il cristiano è colui che è amico di Cristo: tale amicizia si concretizza nel tempo attraverso l’incontro con una Presenza eccezionale, cioè attraverso un incontro umano, una persona dai tratti somatici specifici, che corrisponde in modo esaustivo a ciò che il cuore dell’uomo attende. Quando accade questo incontro eccezionale, subito nasce in noi lo stupore che ci fa domandare: “Chi è costui che mi sta davanti?”. La fede, la fede che non è fideismo, ma fiducia nel Dio che salva, inizia da qui: dal sorgere in noi di questa domanda di fronte ad un avvenimento eccezionale, di fronte ad una presenza eccezionale. Una domanda alla quale siamo chiamati responsabilmente a reagire con una adesione sempre più decisa, anche affettivamente, in quanto in quell’incontro il nostro cuore riconosce la corrispondenza inaspettata: come è possibile che ciò che io desidero possa compiersi non in un mio sforzo volontaristico (ciò che il Papa chiama “pelagianesimo”) né in una mia capacità intellettuale (lo “gnosticismo”), bensì in un incontro con una Presenza eccezionale sotto le sembianze della carne umana? Questo è il paradosso del cristianesimo: che io, che ora ti sto parlando, per esempio, possa essere per te immagine di questa Presenza tanto desiderata.

Ma ciò pone un’altra importante conseguenza: la Chiesa, la compagnia umana costituita non sulla base di un volontarismo o di un semplice associazionismo, bensì data dall’unità che nasce tra le persone che riconoscono di desiderare l’apparentemente impossibile risposta alle esigenze del cuore, non può essere ridotta ad una controparte sindacale, come tante volte facciamo, con la quale dobbiamo contrattare a quante Messe si debba partecipare o a quante ore di catechesi si debbano ascoltare. La Chiesa è l’unico luogo umano in cui è possibile incontrare il Mistero di Dio con quella certezza che il cuore desidera. E quando la nostra comunità non è vissuta a quel livello, o siamo noi che abbiamo atrofizzato il nostro desiderio, o è la comunità che ha perso il suo vero senso di esistenza. Entrambe queste situazioni chiedono a ciascuno di noi di muoverci: non perché sia necessario far vivere la Chiesa, ma perché la conseguenza del nostro star fermi sarebbe la morte del nostro desiderio, lo spegnimento di quella flebile luce che in questa notte si è accesa nella grotta di Betlemme, vera e più bella immagine per descrivere il nostro cuore.

In questa notte, l’iniziativa di Dio di farsi a noi compagnia umana ci assicura che mai saremo soli, né vittime della paura in cui l’uomo moderno è precipitato a causa dell’insicurezza esistenziale. Non dobbiamo più avere paura della realtà, nemmeno delle difficoltà che nascono a livello famigliare o sociale, perché non siamo più soli. C’è una compagnia umana al nostro fianco. Però, affinché il bambino di Betlemme possa essere misura e Signore della nostra vita, dobbiamo accettare che il metodo di Dio per renderci felici consista nella carne umana.

E così, dobbiamo imparare ad usare la nostra libertà, ma soprattutto non possiamo più far finta di non vedere il male che c’è intorno a noi: questo bambino ha scelto di nascere tra le più atroci ingiustizie (non c’era posto per lui in nessuna casa – il Popolo d’Israele era oppresso da una tirannia fondata sulla paura e l’omertà – è nato in una famiglia povera) per dire a noi oggi che la connivenza della nostra coscienza con il male è il vero motivo della nostra infelicità:

Smettiamo, dunque, di cercare di riempire con le nostre sole forze il vuoto esistenziale che ci soffoca, perché la strada per essere felici – da duemila anni a questa parte – è una e unica: l’incontro con Gesù. Pertanto, la prima e più grande preoccupazione che dovremmo avere, come singoli e come comunità, è quella di favorire non che il Mistero di Dio accada (quello avviene in ogni istante, anche se non ce ne accorgiamo), ma che la nostra coscienza lo riconosca come presente. Che non accada che Dio entri nello spazio della nostra vita senza che noi lo riconosciamo per mancanza di “occhi” capaci di vederlo. In fondo, come in ogni rapporto, se vogliamo individuare tra mille il volto, la voce, il profumo, la sagoma di un amico, abbiamo bisogno di frequentarlo, cioè di entrare in quella familiarità che ci faccia dire, in questa notte: “Sono cristiano, perché amico di Cristo”.

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